Nel fango a testa alta di Assunta Pagnozzi (Graus Edizioni, 2026) è il racconto intenso e necessario di una pagina poco conosciuta della storia italiana: quella delle mondine di Pannarano che, nei primi decenni del Novecento, lasciarono il Sud per lavorare nelle risaie del Nord.
Attraverso voci femminili forti e autentiche, il libro restituisce dignità a donne rimaste ai margini della narrazione ufficiale. Tra viaggi estenuanti, dormitori di paglia e giornate trascorse con l’acqua fino alle ginocchia, emerge una storia di fatica, solidarietà e riscatto.
Non è solo il racconto del lavoro nelle risaie, ma la testimonianza di una migrazione interna che ha cambiato il destino di intere famiglie e ha inciso profondamente sull’identità di una comunità.
Questo libro è un atto di memoria e di giustizia: un tributo a quelle donne del Sud che, in silenzio, hanno costruito futuro e dignità “nel fango”, senza mai abbassare la testa.

Intervista con l’autrice
Nel fango a testa alta è il suo libro d’esordio, perché ha scelto di iniziare proprio da questa storia?
Ho scelto questa storia perché sentivo il bisogno di raccontare una pagina che rischiava di essere dimenticata: quella delle mondine. Donne partite da piccoli paesi, lasciando figli, case e famiglie, non per viaggiare, ma per guadagnarsi un pezzo di pane.
Donne semplici, ma capaci di una forza straordinaria, fatta di coraggio, solidarietà, resilienza e sorellanza.
E poi c’è una ragione molto personale: questo libro parla delle mie radici e della mia memoria.
Nel fango a testa alta è il mio modo di riportare alla luce quella memoria e di rendere omaggio a tutte le donne che hanno lavorato nel fango senza mai perdere la propria dignità.
Tra quelle donne ho ritrovato anche mia madre, e questo rende questa storia ancora più importante per me.
Quali sono state le fonti più preziose per ricostruire le storie delle mondine e c’è stata una scoperta che l’ha emozionata più di tutte?
Le fonti più preziose sono state le testimonianze dirette, perché attraverso le loro voci ho potuto comprendere davvero cosa significasse essere mondina. Una testimonianza mi è rimasta particolarmente nel cuore: quella di una donna che, ancora minorenne, fu costretta dalla madre a partire. Mentre raccontava, guardò verso la finestra e, come cercando nella memoria, sussurrò:
«Qui c’era la fame…». Poi si voltò verso di me e disse: «Ma il giorno della paga, quelle quarantamila lire non le avevo mai
viste prima. Mi hanno cancellato tutta la fatica».
In quelle parole c’erano la fame, il sacrificio, ma anche l’orgoglio di vedere finalmente il frutto del proprio lavoro. E mentre la ascoltavo pensavo a mia madre, che era stata anch’essa una mondina.
Spesso la Storia celebra i grandi protagonisti ma dimentica chi ha cambiato il Paese nel silenzio del sacrificio e della quotidianità. Cosa significa dare finalmente un nome e una voce a queste donne?
Significa innanzitutto restituire dignità a una storia che per troppo tempo è rimasta ai margini. Quando si parla di mondine, l’immaginario collettivo le associa spesso alle donne del Nord, mentre tante partirono anche dai nostri piccoli paesi per raggiungere le risaie.
Con questo libro vorrei contribuire a far conoscere anche il loro sacrificio e il ruolo che hanno avuto nella storia del lavoro e dell’emancipazione femminile. Dare loro una voce significa dire: «Voi c’eravate, la vostra fatica è stata importante e merita di essere ricordata».
Spero che Nel fango a testa alta possa far conoscere questa memoria e restituire a quelle donne il posto che meritano. La Storia, in fondo, non è fatta solo da chi ha avuto il potere di scriverla, ma anche da chi ha avuto il coraggio di viverla.
Le mondine di Pannarano hanno conosciuto la fatica, la lontananza e il sacrificio e hanno saputo trasformare queste esperienze in forza, solidarietà e futuro. Quale parte della loro
esperienza crede che possa dialogare con il nostro presente e ispirarlo?
Credo che soprattutto la solidarietà e il senso di appartenenza possano parlare al nostro presente. Le mondine affrontavano insieme la lontananza, la fatica e le difficoltà, trovando nelle altre donne sostegno e forza. Oggi siamo molto più connessi, ma spesso anche più soli e individualisti. Quelle donne ci ricordano che nei momenti difficili non dobbiamo dimenticare il valore dell’aiuto
reciproco.
Mi colpisce anche il loro coraggio: molte erano giovanissime, eppure partivano verso una realtà sconosciuta senza rinunciare a immaginare un futuro migliore. Sono valori che forse abbiamo un po’ smarrito e che sarebbe importante recuperare. Perché il futuro che abbiamo oggi è anche il risultato dei sacrifici che donne come loro hanno fatto per le generazioni successive.
Pensa che questa storia abbia suggerito nuove domande e nuovi racconti da esplorare?
Assolutamente sì. Questo libro mi ha aperto nuove idee e, soprattutto, la voglia di continuare a cercare. Mi piacerebbe visitare i luoghi dove le mondine sono state, entrare ancora più a fondo nella loro storia e magari trovare persone, documenti o testimonianze che possano aggiungere nuovi tasselli. Vorrei approfondire anche la storia scritta, quella che magari è rimasta negli archivi o nelle testimonianze locali e che può ancora raccontarci molto.
Credo che ogni storia ascoltata apra una nuova domanda e che ci sia ancora tanto da scoprire. Per questo considero Nel fango a testa alta non un punto di arrivo, ma un punto di partenza. La memoria va cercata finché è possibile, perché il tempo rischia di portare via voci e ricordi preziosi. E io sento di avere ancora tante storie da ascoltare e da raccontare.

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