Un condominio non è mai semplicemente una struttura di cemento e mattoni, è prima di tutto un organismo pulsante e un inatteso specchio dell’umano. È questa la profonda e luminosa intuizione da cui muove Sabina Vuolo, avvocato e scrittrice, nel suo nuovo saggio Vivere accanto… La delicatezza delle vite che si sfiorano (Booksprint Edizioni, 2026).
Con lo sguardo affilato del giurista e la sensibilità empatica di una “romantica visionaria del mondo condominiale“, l’autrice ci accompagna in un viaggio intimo e collettivo dentro quel microcosmo che tutti abitiamo ma che raramente sappiamo davvero vivere.
Nelle pagine del libro, il condominio si trasforma in un teatro a cielo aperto in cui vanno in scena le nostre fragilità, i mutamenti sociali del Paese, i silenzi che salgono e scendono lungo le scale e il peso invisibile delle relazioni forzate. Come osserva acutamente l’autrice:
Un condominio non è mai una semplice “struttura” abitativa… è un intreccio di vite che si sfiorano senza toccarsi, una realtà pulsante che si anima attraverso le persone che lo abitano, è un contenitore che raccoglie il complesso della nostra identità, le nostre fragilità, le nostre abitudini, le nostre paure, le nostre speranze.
Il saggio si sviluppa attraverso diciotto capitoli che compongono una vera e propria mappa geografica ed emotiva dello spazio condominiale. Ciascun capitolo è una lente d’ingrandimento specifica: dalle soglie dei pianerottoli alle assemblee viste come rituali teatrali, dai rumori e odori quotidiani fino alla tecnologia e alle prospettive future, accompagnando il lettore passo dopo passo dentro le dinamiche odierne dei palazzi.
La scrittura di Sabina Vuolo sorprende per la sua capacità di far convivere il rigore concettuale e la delicatezza poetica. L’opera si colloca al confine tra la saggistica divulgativa, la riflessione sociologica e la narrazione intima. La prosa è impreziosita da immagini evocative, come l’idea dei pianerottoli intesi come soglie emotive o delle solitudini verticali. È una lettura scorrevole che invoglia a fare una pausa di contemplazione sul nostro modo di stare in condominio per svelare l’umanità nascosta dietro le piccole rigidità quotidiane:
«La convivenza non può essere silenzio assoluto, aria neutra, assenza di vita non può essere sterilità, la convivenza è un compromesso, un equilibrio tra ciò che siamo e ciò che gli altri sono. È la capacità di capire che il rumore dell’altro non è un’offesa ma un’esistenza.»
Tra i capitoli più vividi e originali spicca l’analisi del peso invisibile delle donne nei condomini. L’autrice dedica loro un tributo sincero, restituendo dignità a quel lavoro emotivo e pratico che tiene in piedi la quotidianità dei palazzi senza mai figurare nei verbali o nei bilanci. La donna viene descritta come una mediatrice spontanea e custode dell’armonia comune:
«Nei condomini italiani, il peso più grande lo portano spesso le donne, è un peso che non si vede, che non fa rumore, che non compare nei verbali né nei bilanci ma che tiene insieme interi edifici… […] Le donne, nei condomini, sono il tessuto connettivo, sono la parte che non si vede ma che tiene insieme tutto, sono la prova che la convivenza non è solo una questione di norme, ma di cuore.»
Al contempo, il libro riflette con prontezza l’evoluzione della nostra società moderna attraverso il tema dell’inclusività e della diversità. Il palazzo diventa la fotografia esatta dei nuovi modelli di vita: famiglie ricomposte, genitori single, culture lontane che portano nuovi ritmi e profumi, bisogni legati alla disabilità o alla salute mentale che chiedono ascolto invece che sospetto. In questo passaggio, Sabina Vuolo ci stimola a superare la trappola del pregiudizio per riscoprire il valore dell’accoglienza:
«La diversità, quando viene accolta, diventa una ricchezza […] L’inclusività, nel condominio, non è un concetto astratto è un atto quotidiano, è il modo in cui salutiamo, il modo in cui ascoltiamo, il modo in cui lasciamo spazio. È la capacità di vedere l’altro non come un intruso ma come un vicino…»
Leggere Vivere accanto… significa lasciarsi interrogare sul significato profondo del confine tra spazio privato e spazio condiviso, spingendo il lettore a chiedersi quanti “vicini reali” continuiamo a ignorare rincorrendo l’illusione di un “vicino ideale” privo di difetti.
Questa intervista con Sabina Vuolo nasce dal desiderio di esplorare le crepe e i piccoli miracoli quotidiani che abitano i nostri edifici, offrendo ai lettori una chiave di lettura inedita per riscoprire che nessuno vive davvero da solo, siamo tutti, in qualche modo legati e che, come ci insegna l’autrice con toccante eleganza, la gentilezza è una forma di architettura.
Intervista con Sabina Vuolo

Buongiorno Sabina e bentornata su Voci di domani! Nella dedica iniziale del suo saggio ricorda la bambina che era, intenta a osservare il mondo dal pianerottolo. C’è una storia o un’esperienza legata a quel mondo che l’ha segnata e che influenza il suo modo di guardare agli altri?
Da quel pianerottolo osservavo il mondo senza sapere che stavo imparando a leggerne l’anima. Le porte che si aprivano e si chiudevano, i saluti frettolosi, i silenzi e le attese mi hanno insegnato che ogni persona custodisce una storia invisibile.
Non ricordo un episodio preciso ma l’insieme di quelle vite vicine eppure spesso sconosciute, è lì che è nato il mio desiderio di guardare oltre le apparenze. Ancora oggi cerco di raccontare ciò che non si vede immediatamente: le emozioni, le fragilità, i legami. Perché credo che ogni incontro, anche il più fugace, lasci una traccia nella nostra umanità.
Partendo dalla distinzione tra il vicino perfetto che immaginiamo e quello reale che incontriamo ogni giorno, cosa le ha ispirato questa riflessione e quanto la ricerca di una perfezione irrealizzabile può alimentare i conflitti?
Questa riflessione nasce dall’osservazione di una dinamica molto umana: spesso non entriamo in conflitto con chi abbiamo accanto per ciò che è, ma per ciò che avremmo voluto che fosse. Immaginiamo il vicino ideale, sempre discreto, comprensivo e affine ai nostri valori dimenticando che la realtà è fatta di persone imperfette come noi. Quando inseguiamo un modello irrealizzabile ogni differenza diventa una delusione e ogni limite un motivo di attrito. Credo invece che la convivenza inizi proprio dall’accettazione dell’altro nella sua autenticità. Non è la perfezione a costruire relazioni sane ma la capacità di riconoscere e rispettare le reciproche fragilità. In fondo, vivere accanto significa imparare a trasformare le differenze da ostacolo a occasione di comprensione.
Lei ha parlato di “solitudini verticali” che convivono senza mai incontrarsi. Qual è il gesto più semplice per rompere questo silenzio e superare i vecchi rancori e le è mai capitato di farlo in prima persona?
Il gesto più semplice per rompere il silenzio è un saluto sincero, sembra poco ma spesso è il primo passo per sciogliere distanze e incomprensioni. I rancori crescono quando smettiamo di parlarci e iniziamo a immaginare l’altro invece di ascoltarlo. Mi è capitato personalmente di scegliere il dialogo anche quando sarebbe stato più facile restare in disparte. Non sempre le ferite si rimarginano subito ma ogni incontro autentico apre uno spiraglio. Credo che la vera forza stia nel tendere la mano senza aspettare che sia l’altro a farlo. È così che le solitudini verticali possono tornare a riconoscersi.
Odori di cibo, tacchi sul soffitto, animali domestici: la convivenza tra vicini si gioca tutta sui piccoli fastidi quotidiani. Qual è il segreto per trasformare l’insofferenza in comprensione del punto di vista altrui?
Il segreto è ricordare che ciò che per noi è un fastidio per qualcun altro è semplicemente una parte della sua quotidianità. Dietro un odore di cucina, il rumore di un animale o un passo troppo deciso c’è una vita che si svolge, proprio come la nostra. L’insofferenza nasce quando guardiamo solo il nostro disagio la comprensione inizia quando proviamo a cambiare prospettiva. Non significa rinunciare alle proprie ragioni ma esercitare empatia e dialogo. La convivenza non è l’assenza di differenze, bensì la capacità di accoglierle con equilibrio, è in questo spazio di reciproco rispetto che i piccoli fastidi smettono di diventare grandi distanze.
Un aspetto interessante del saggio è quello delle famigerate “chat di condominio” e delle riunioni condominiali. Come possiamo trasformare concretamente queste chat da strumenti di polemica in spazi di dialogo?
Le chat e le assemblee condominiali diventano terreno di scontro quando le persone scrivono o parlano per reagire, non per comprendere, credo che la prima regola sia ricordare che dietro ogni messaggio c’è una persona, non un avversario. Le chat dovrebbero servire a informare e cercare soluzioni non a raccogliere consensi o sfogare malumori. Anche nelle riunioni, ascoltare prima di replicare cambia il tono del confronto. La comunicazione rispettosa non elimina i problemi ma evita che si trasformino in conflitti personali. In fondo, il condominio è una piccola comunità funziona meglio quando prevale il senso del “noi” rispetto a quello dell’“io”.
Oltre il semplice buon senso: come può la formazione alla vita di condominio diventare un’occasione concreta per fare cultura, superare i pregiudizi e creare partecipazione e solidarietà?
La formazione alla vita di condominio può diventare una vera palestra di cittadinanza, non si tratta solo di conoscere regole e diritti ma di imparare l’ascolto, il rispetto delle differenze e il valore della collaborazione. Il condominio è uno dei pochi luoghi in cui persone di età, culture e abitudini diverse condividono ogni giorno uno spazio comune. Se ben guidata, questa esperienza può aiutare a superare pregiudizi e diffidenze reciproche. La partecipazione nasce quando ciascuno si sente parte di una comunità e non semplice proprietario di un appartamento. La solidarietà, invece, cresce attraverso piccoli gesti di attenzione e responsabilità condivisa. Perché poi abitare insieme significa anche imparare a crescere insieme.
Spesso diamo per scontato il lavoro di mediazione e accoglienza fatto dalle donne nel nostro palazzo. Come si fa a dare valore e iniziare a condividere questo sforzo silenzioso prima che si trasformi in un peso insostenibile?
Spesso questo lavoro silenzioso viene considerato naturale e, proprio per questo, resta invisibile. Dare valore alla mediazione e alla cura delle relazioni significa anzitutto riconoscerle come competenze e non come doveri scontati. È importante che la responsabilità dell’ascolto, dell’accoglienza e della gestione dei conflitti sia condivisa tra tutti, uomini e donne.
Una comunità cresce quando ciascuno si assume una parte del peso e della responsabilità collettiva, ho imparato che la solidarietà non nasce dall’eroismo di pochi ma dalla partecipazione di molti. Riconoscere il contributo di chi si prende cura delle relazioni è già un primo passo verso una convivenza più equa e una cura condivisa diventa sempre più leggera e più forte.
Quale è secondo la sua esperienza personale il vero “cuore invisibile” della convivenza condominiale?
Per esperienza personale il vero cuore invisibile della convivenza condominiale è la cura reciproca, non quella che si dichiara ma quella che si vive ogni giorno nei piccoli gesti. Un saluto sincero, una parola di attenzione, il sapere che qualcuno si accorge della tua presenza. Non sono i muri a creare una comunità ma la capacità di riconoscersi umanamente. Sono legami discreti, quasi invisibili, eppure fortissimi, è lì, in quella silenziosa vicinanza, che abita l’anima più autentica del vivere insieme.

Leggi tutte le interviste con Sabina Vuolo su Voci di domani:
“Disabilità: unicità in condominio”: la forza dell’inclusione sotto lo stesso tetto – Voci di domani

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