Recensione di Cristina Moretti

New York, agosto 1991. In un appartamento di Manhattan, un pittore russo sta morendo. Si chiama Alik. Da anni vive negli Stati Uniti e intorno al suo letto si ritrovano amici, conoscenti, donne che hanno attraversato la sua vita. C’è chi si preoccupa della sua salute, chi discute, chi rievoca il passato. La casa è piena di voci, di visite, di piccoli conflitti. La morte si avvicina, ma nessuno smette di vivere.

È da questa situazione che prende forma Funeral Party, il romanzo di Ljudmila Ulickaja pubblicato nel 1997 e arrivato in Italia nella traduzione di Emanuela Guercetti per La nave di Teseo.

Ulickaja avrebbe potuto raccontare la storia di Alik seguendo il percorso della malattia e degli ultimi giorni. Sceglie invece di allargare continuamente lo sguardo alle persone che lo circondano. Ognuna porta nell’appartamento un pezzo della propria esistenza americana e della Russia che ha lasciato.

Ne nasce un racconto corale, nel quale il dolore convive con l’ironia, le preoccupazioni pratiche con le questioni religiose, i ricordi con le notizie che arrivano da Mosca. È una delle qualità più interessanti del romanzo: i personaggi non servono semplicemente a illustrare una condizione storica, ma conservano ciascuno il proprio carattere, le proprie contraddizioni, una storia che non si esaurisce nell’emigrazione.

Che cosa hanno ancora in comune queste persone, oltre al fatto di essere nate nello stesso paese?

L’emigrazione le ha cambiate. Alcune si sono adattate alla vita americana, altre faticano a trovare un posto. Professioni, competenze e rapporti sociali, che in Russia avevano un valore preciso, negli Stati Uniti devono essere riconosciuti da capo.

Ulickaja racconta, per esempio, la vicenda di due medici, Fima e Berman. In Russia erano professionisti di pari livello. In America, invece, le loro carriere prendono direzioni diverse. La maggiore familiarità di Berman con l’inglese diventa un vantaggio che Fima non possiede nella stessa misura.

È un dettaglio rivelatore. Il trasferimento ha cambiato le regole del gioco: ciò che prima bastava a definire il valore di una persona ora può non bastare più. Persino la lingua, che si è abituati a considerare parte naturale di sé, diventa un ostacolo quotidiano.

Le differenze affiorano anche intorno alla malattia di Alik. Sua moglie Nina vorrebbe che ricevesse il battesimo. Lui, che ha origini ebraiche, desidera parlare anche con un rabbino. Nello stesso appartamento entrano così tradizioni religiose diverse, con le loro convinzioni, i loro dubbi e qualche inevitabile incomprensione.

Ulickaja osserva questi personaggi senza chiedere al lettore di scegliere da che parte stare. Li lascia parlare, sbagliare, contraddirsi. La loro comune provenienza non cancella ciò che li divide; e tuttavia, intorno ad Alik, continuano a cercarsi.

La Russia che hanno portato con sé vive anche in questo: una lingua nella quale tornare a capirsi, persone che conoscono lo stesso passato, ricordi che non hanno bisogno di essere spiegati ogni volta.

Nell’agosto del 1991, dagli schermi della televisione americana arrivano le immagini del tentato colpo di Stato contro Gorbačëv. Gli amici di Alik seguono quanto accade a migliaia di chilometri di distanza. Vivono a New York, ma la sorte dell’Unione Sovietica continua a riguardarli.

La coincidenza fra la malattia di Alik e la crisi sovietica è uno degli elementi più suggestivi del romanzo. Non occorre trasformare la morte del pittore in un simbolo della fine dell’URSS, che si dissolverà formalmente soltanto nel dicembre di quell’anno. Le due vicende restano distinte, e proprio per questo il loro accostamento colpisce.

Alik sta lasciando un mondo fatto di persone, abitudini e affetti. I suoi amici assistono intanto alla trasformazione del paese nel quale sono cresciuti. Non vi abitano più, eppure quella storia continua a essere anche la loro.

Che cosa rimane di un luogo quando la nostra vita si è spostata altrove? E che cosa accade quando quel luogo, nel frattempo, cambia fino a diventare irriconoscibile?

Ulickaja non offre una risposta definitiva. Ci lascia davanti a un appartamento affollato, dove persone molto diverse continuano a incontrarsi, a discutere e a prendersi cura le une delle altre. Fuori, il mondo che conoscevano sta cambiando. Dentro, per qualche giorno ancora, c’è una Russia fatta di voci e di volti.

Autrice della recensione: Cristina Moretti, Docente di lingua e letteratura russa, cura Ponti d’Inchiostro, progetto culturale dedicato alla letteratura russa e ai suoi rapporti con l’Occidente.

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Riferimento bibliografico: Ljudmila Ulickaja, Funeral Party, traduzione di Emanuela Guercetti, La nave di Teseo, 2024.


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