Bondone, estremo lembo del Trentino, terra di boschi e di case addossate alla montagna. Qui, nel 1961, il confine è una ferita ancora aperta, nella lingua, nei cognomi della gente, e il lavoro del carbone scandisce una vita fatta di silenzi pieni di voci e ricordi di guerra che sono brace sotto la cenere.

Così, quando Adele arriva all’Osteria della Rina, scarmigliata e con lo sguardo di chi fugge, il paese trattiene il fiato. È forestiera, e in un luogo dove ci si conosce tutti da generazioni, quella ragazza rappresenta un mistero e forse una minaccia. Cerca Bortolo, un giovane carbonaio. Guardata di sbieco dalle paesane e con gelosia feroce da Lisa, la morosa del ragazzo, che si ritrova diviso fra il senso del dovere e l’amore, Adele è accolta in casa da Gianna, una donna forte e schiva che non mostra volentieri al mondo il suo dolore.

Ma in quella comunità diffidente dove basta una scintilla a riaccendere i rancori, sarà proprio Adele a portare a galla una verità troppo a lungo nascosta, un segreto custodito dagli alberi.

Il tuo nome nel bosco (Rizzoli): con una voce potente e lirica, Francesca Maccani costruisce un romanzo intimo e insieme corale radicato nella sua terra, sullo sfondo delle tensioni politiche che percorrono le valli negli anni infuocati dal conflitto etnico in Alto Adige. Un racconto di passione e memoria che illumina la vita di una piccola comunità e delle donne che con la loro forza tengono in piedi interi mondi. Per ricordarci che ogni cosa ha radici profonde. Soprattutto i segreti.

Benvenuta Francesca, con il successo de Le donne dell’Acquasanta si è affermata nel panorama letterario raccontando una storia intensa di riscatto e resistenza femminile nella Palermo di fine Ottocento. Oggi, con Il tuo nome nel bosco, ci porta nel 1961, in un Trentino sferzato dalle ferite della storia.

Come nasce quest’opera e cosa l’ha spinta a lasciare i panorami del Sud per esplorare le radici, i silenzi e i segreti di questa comunità di montagna?

Il tuo nome nel bosco è nato da un ritorno. Dopo anni trascorsi a raccontare la Sicilia, ho sentito il bisogno di volgere lo sguardo verso la terra in cui sono nata. Tutto è cominciato da un luogo: il bosco sopra Bondone, con i suoi silenzi, la sua luce e le storie che sembrava custodire. Ambientare il romanzo nel 1961 mi ha permesso di raccontare una comunità sospesa tra tradizione e cambiamento, ma anche una terra di confine in cui identità, memoria e appartenenza diventano domande profonde. Più che lasciare il Sud, ho cercato di unire due parti della mia storia. [letteratit…dpress.com], [balarm.it]

Adele, Lisa e Gianna rappresentano tre modi diversi di essere donna in un’epoca e in un contesto difficile. In che modo il confronto tra queste figure muove i fili della storia e quale messaggio affidano al lettore?

Mi interessava raccontare donne diverse tra loro, lontane dagli stereotipi. Adele è la donna che cerca la verità, anche quando fa male. Lisa incarna la passione, l’istinto, il bisogno di essere amata. Gianna rappresenta invece una forza più silenziosa, quella delle donne che tengono insieme famiglie e comunità senza riceverne il giusto riconoscimento. Attraverso il loro confronto emerge una convinzione che attraversa tutti i miei romanzi:

non esiste un solo modo di essere donna, e il coraggio assume forme differenti, spesso invisibili ma non per questo meno decisive.

Bortolo si trova diviso tra il senso del dovere, le aspettative della comunità e i propri sentimenti. Cosa significa per un giovane cresciuto in un ambiente chiuso e legato alla tradizione scegliere liberamente il proprio destino?

Per Bortolo scegliere significa assumersi il rischio della libertà. In una comunità piccola, dove tutti si conoscono e le aspettative collettive sono molto forti, ogni decisione personale ha conseguenze che coinvolgono anche gli altri. Lui è combattuto tra ciò che sente e ciò che gli viene richiesto. Credo che il suo percorso parli di una questione universale: il momento in cui si comprende che diventare adulti significa rinunciare alla protezione delle certezze e accettare la responsabilità delle proprie scelte.

In un tempo in cui molti mestieri e saperi tradizionali rischiano di scomparire, che cosa possono insegnarci oggi la cultura dei carbonai, il legame con la montagna e la memoria di una piccola comunità?

Ci ricordano che il rapporto con il territorio non è soltanto economico ma anche identitario. I carbonai vivevano un’esperienza fatta di fatica, solidarietà e profonda conoscenza della natura.

Non penso che si debba idealizzare il passato, ma credo che alcuni valori possano ancora parlare al presente: il senso del limite, il rispetto per il lavoro, il legame con le proprie radici e la consapevolezza che la memoria collettiva è un patrimonio da custodire. Senza memoria rischiamo di perdere una parte importante di noi stessi.

Cosa ci racconta Il tuo nome nel bosco della sua autrice Francesca Maccani?

Probabilmente più di quanto abbiano fatto i miei libri precedenti. Dentro questo romanzo ci sono i paesaggi della mia infanzia, le storie ascoltate da bambina, la vita nei paesi di montagna e il rapporto complesso con una terra che ho lasciato ma che continua ad abitarmi. È un libro che parla di confini, e io stessa mi sento una persona di confine: trentina di nascita, siciliana d’adozione. Scriverlo è stato un modo per riconciliarmi con entrambe queste appartenenze e trasformarle in narrazione.

Tecniche di scrittura: il bosco e la montagna non si limitano a fare da sfondo agli avvenimenti ma partecipano alla costruzione della storia. Come si trasforma un luogo in un elemento attivo della narrazione, capace di influenzare gli eventi e non soltanto di ospitarli?

Per me un luogo diventa narrativo quando smette di essere descritto e comincia ad agire. Il bosco di questo romanzo custodisce segreti, crea incontri, nasconde tracce e accompagna le trasformazioni interiori dei personaggi. La montagna, con i suoi silenzi e la sua durezza, condiziona il modo di vivere, di amare e perfino di pensare. Quando scrivo cerco sempre di partire dai sensi: i rumori, gli odori, il clima, la luce. È da lì che un ambiente acquista una voce propria e diventa, a tutti gli effetti, un personaggio della storia.


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