Salento, primi del Novecento. Alla vigilia dell’Immacolata, Cosma Guadalupi perde il marito in una notte di tempesta. Mesi dopo nasce Minerva, la loro ultima figlia, che tutti chiamano Mina. Fin dal principio, Mina si dimostra diversa dalle sorelle, poiché porta in sé i doni della nonna masciara, Nilde, la strega alla quale il paese si è sempre rivolto per guarigioni e malefici.
Ribelle e oscura per natura, Mina è esclusa dalle altre bambine e allontanata da Cosma. Gli anni trascorrono nel casolare dei Guadalupi, che assiste a guerre e tumulti. Mina intanto diventa una giovane donna, e incontra Vincenzo Malerba, con cui avrà dei figli e il cui destino sarà legato al mare.
La loro ultimogenita, Rosa, deciderà di non rassegnarsi alla sofferenza che ha segnato tutte le donne Guadalupi, a partire dall’antenata Almuneda. Prenderà in mano la propria vita e lascerà il paese per sottrarsi alla madre e alla miseria.
Alessia Coppola, con uno stile ricco e avvolgente, riflette sul legame profondo tra donne diverse ma unite da segreti inconfessabili e ci regala un romanzo impetuoso e viscerale sul destino che sembra già scritto e sul coraggio che a volte ci permette di cambiarlo.
Una storia su un’eredità antica che si trasmette di madre in figlia, ambientata in un Salento misterioso e primordiale in cui vita e morte seguono le sempiterne regole della natura.

Intervista con l’autrice
Da quale suggestione è nata l’idea di Nate dalla tempesta?
Questo romanzo ha una storia particolare. Credo che fosse in me da sempre, da quando da ragazza lessi “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, un romanzo che mi folgorò e che mi fece desiderare di scrivere una storia di realismo magico. Tuttavia, ho iniziato a scriverlo mentre stavo per trasferirmi a Roma, sette anni fa. Dopo la stesura è rimasto nel cassetto per anni, fino a che ha visto la luce. È nato perché avevo bisogno di sentire la mia terra vicina. È nato per parlare delle donne della mia famiglia, mia madre e mia nonna.
Che cosa ti ha affascinato della figura della masciara e come l’hai incarnata nella protagonista Mina, una donna la cui diversità e forza finiscono per essere percepite dagli altri come una minaccia?
Dalle mie parti la masciara è una figura di cui si parla ancora oggi. Una donna al limite, profonda conoscitrice della terra, guaritrice, veggente, ma anche temuta. Nel mio romanzo la masciara non è solo portatrice di magia, ma metafora del sapere femminile che ha sempre incusso paura. Di mia nonna si diceva che lo fosse. E, come nella mia storia, mia madre, mia sorella e io possediamo un intuito particolare. La masciara è l’archetipo della donna selvaggia, libera, sapiente.
Quali altre figure centrali incontreranno i lettori nel corso della lettura, e quali temi hai scelto di raccontare attraverso le loro voci?
Ho voluto parlare dei nodi familiari, dei debiti karmici che ci portiamo dietro ma che possiamo sciogliere. Troviamo il tema della maternità, quello delle radici e del ritorno alla propria terra. E ancora il tema della memoria, del riscatto sociale, della sorellanza, dell’indipendenza attraverso la conoscenza. E, infine, del perdono.
Le figure attraverso le quali questi temi si manifestano sono Nilde, Cosma, Mina, Rosa, ciascuna con un bagaglio emotivo differente. Si trasmettono tutte una maledizione, metafora anch’essa del peso dell’essere femmine nel Sud Italia dei primi del Novecento.
Il Salento che racconti è selvaggio, misterioso e quasi sospeso nel tempo: come hai costruito questo luogo e quale rapporto hai con questa terra?
Ho semplicemente chiuso gli occhi e ho ricordato il brusio del mare, il frinire delle cicale, la poesia malinconica di una spiaggia all’alba. Amo la mia terra, benché sia lontana la sento nelle ossa, e credo che non sarei la stessa persona, la stessa autrice, se non fossi nata in Salento. Come lascio dire a Rosa, io vengo dal mare. E non volevo renderla il solito paesaggio da cartolina, ma restituirla al lettore nella sua verità, che a volte può essere feroce e oscura.
Quale messaggio della storia senti più importante consegnare ai tuoi lettori?
Il messaggio per cui è nato il personaggio di Rosa: la conoscenza e i libri sono il mezzo attraverso i quali si può trovare riscatto e libertà. Inoltre, altro tema per me importante è quello della memoria e il nostro dovere di preservarla e trasmetterla.
Cosa consiglieresti a chi vuole cimentarsi nella narrativa e imparare a trasformare la scoperta della propria voce in una narrazione autentica e personale?
Per esperienza personale il primo consiglio è leggere, cercare sé stessi, compiere un vero viaggio interiore di ricerca, isolarsi se serve. Trovare una propria voce non è facile, in un mare editoriale così caotico, ma è possibile. Il primo passo è confrontarci con le letture che ci piacciono, le voci degli altri autori, calibrarci e capire come vorremmo scrivere, cosa ci anima, di cosa è fatta la nostra scrittura.
Che tipo di voce narrativa senti di aver costruito nel corso degli anni e verso quale direzione sta evolvendo la tua scrittura?
Grazie per questa bellissima domanda. Ho esordito a venti anni con un libro di poesie, da allora la poesia non mi ha mai abbandonata, si è solo diluita. Ho sempre cercato di non disperderla, di prestare i sensi a tutto ciò che avevo intorno. Da lettrice amo le prose dense, poetiche, sensoriali, quasi barocche. Per questo ho lavorato su me stessa per trovare la mia. E lavorerò ancora per essere la scrittrice che voglio leggere.

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