Traduzione di Antonella Conti, Postfazione a cura di Ornella Tajani. Edizione impreziosita dalle fotografie scelte dall’autrice.

Esce oggi Autoritratto in verde di Marie Ndiaye, un romanzo sfumato, come l’autoritratto che ne emerge, grazie alla penna intrisa di realismo magico. Un autoritratto definito per contrasto dalle donne in verde che accompagnano la narrazione diaristica della protagonista.

È ossessionata dall’apparizione di misteriose figure di donne, tutte vestite di verde, ed è anche tormentata dall’impetuosa Garonna che minaccia di tracimare: la narratrice senza nome di questo romanzo non la smette di andare alla loro ricerca, tra Parigi, Marsiglia e l’Africa.

Ogni incontro rivela differenti aspetti di quelle donne – reali o immaginarie, vive o morte, seducenti o agghiaccianti che siano – e conduce la protagonista sempre più in profondità, dentro la sua stessa ossessione, nell’inquietante esplorazione della propria identità, di una memoria incerta, di una paranoia.

In Autoritratto in verde, il premio Goncourt Marie NDiaye mette così in atto un brillante rovesciamento del classico memoir; mentre strizza l’occhio al realismo magico – come già in La Strega (Prehistorica 2025) –,l’autrice plasma le sue donne in verde, delle presenze femminili che rinviano al materno, rispetto alle quali disegna il proprio «autoritratto».

Marie NDiaye: una delle protagoniste della scena letteraria, “le cui sottili incongruenze, gli effetti di straniamento, l’onnipresenza di un latente malessere persecutorio denunciano, al di là di un fantastico di vaga ascendenza kafkiana, la difficoltà d’integrazione e d’appartenenza dell’individuo moderno” – per dirlo con Treccani.

Scritta in forma diaristica, con una prosa lirica e onirica, quest’opera rapisce il lettore e lo riporta di continuo a quel fiume, che – non senza ricordare le atmosfere evocate in Sull’acqua da Maupassant – fluisce in parallelo alla narrazione, fornendo più domande che risposte. La prosa di Marie Ndiaye tende alla frammentarietà, non priva di vertiginosi scarti nell’uso dei tempi verbali che spaccano la coesione del testo, giocando con le rifrazioni della memoria.
Per la stessa Ndiaye, infatti,  il senso della scrittura sta nel movimentonell’andare-verso e non nell’arrivare, non nel trovare, mai nel definire.

Attraverso la rifrazione del fantastico, Marie Ndiaye è solita trattare dei temi sociali;  in Autoritratto in verde emerge in particolare quello della figura materna e della famiglia.La sua estetica di vaghezza e di discontinuità riflette una ricerca d’identità segnata da assenza, sdoppiamento e malessere esistenziale, escludendo la possibilità che il soggetto possa coincidere pienamente con se stesso e con il mondo. La stessa ricerca identitaria della protagonista – dietro alla quale non si fatica a scorgere, qua e là, il vissuto dell’autrice – riconduce all’assenza del padre, alla madre squilibrata che finisce per costruirsi in una prigione di solitudine, alle sorelle fredde e distaccate, ai fratelli che le sono pressoché sconosciuti.

Nella visione  restituitaci da Marie NDiaye, la famiglia stessa – lungi dal costituire un presupposto intoccabile – si dà come una struttura aperta, dove nulla costringe nessuno a restare; e al tempo stesso come un tara, un peso, un’angoscia che si acuisce con la consapevolezza dell’inconciliabilità delle vite dei singoli, che sembrano correre in parallelo senza mai incontrarsi, tanto sospese quanto enigmatiche.  

Per saperne di più: Prehistorica Editore


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