Nel suo libro Il limite come dono (Capponi Editore, 2026) Margherita Beretta racconta con sincerità il difficile percorso attraverso una profonda crisi personale iniziata nel maggio 2022, durante un’escursione sul Monte Bianco. Un’esperienza dolorosa che, nel tempo, diventa un’occasione per fermarsi, ascoltarsi e ripensare la propria vita. Attraverso la terapia e un coraggioso lavoro su sé stessa, Margherita impara a riconoscere i propri limiti non più come ostacoli, ma come opportunità.
Da questa trasformazione nasce anche una nuova strada professionale: diventa Professional Organizer Senior Qualificata e sceglie di accompagnare soprattutto le donne, ma non solo, nei momenti di cambiamento, attraverso percorsi di riorganizzazione personalizzati e scelte essenziali e consapevoli.
Una storia di fragilità e rinascita, ma soprattutto di consapevolezza, perché anche ciò che ci costringe a fermarci può, a volte, indicarci una nuova direzione.
Oggi incontriamo Margherita per parlare del suo libro Il limite come dono.

Intervista con l’autrice
Benvenuta Margherita, per iniziare partirei proprio da quel maggio 2022. Cosa ricordi dell’escursione sul Monte Bianco e del momento in cui hai capito che quello che stava accadendo non era un semplice episodio passeggero?
Grazie mille per avermi dato l’opportunità di poter condividere con il vostro magazine letterario Voci di domani la mia esperienza che, per me, è fondamentale raccontare non tanto per dare visibilità a Margherita ma per trasmettere il messaggio che, anche di fronte a una malattia poco conosciuta e spesso non capita, si può scegliere di rimanere attaccati alla vita e, se adeguatamente supportati, migliorare.
L’escursione sul Monte Bianco di maggio 2022 segna l’inizio di un percorso molto delicato e rimane per questo un ricordo indelebile, anche se un po’ confuso e anche se non subito avevo capito l’entità di quanto sarebbe arrivato poi. Purtroppo, o per fortuna, ho sempre mantenuto molta consapevolezza di tutto ciò che mi stava accadendo e questo mi ha permesso di ricordare proprio da dove sono partita per arrivare poi a quella che io definirei una rinascita.
Credo sia merito dei professionisti se a un certo punto ho capito, che ciò che stavo vivendo e avrei vissuto nei mesi seguenti, era una fase legata a quell’escursione e che le conseguenze, se non avessi agito per cambiare la mia storia, avrebbero potuto essere anche peggiori di quel “banale” primo attacco di panico. Dopo quel maggio, capii che avrei dovuto piano piano assumermi la responsabilità di prendere in mano la mia vita e scegliere, per poter evitare di trasformare la mia esistenza in un caos totale.
Dell’escursione, considerata in quanto singola esperienza, ricordo il freddo, la bellezza eccezionale della natura che ci circonda e la mia totale inconsapevolezza di tutto quello che sarebbe successo nei giorni a seguire.
Il titolo contiene quello che sembra un paradosso: come e quando può il limite, soprattutto quando arriva sotto forma di sofferenza, diventare un dono?
Non so se posso rispondere a una domanda così importante e come specifico nel mio libro, inoltre, non ho la pretesa di insegnare nulla a nessuno. Per me, non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che quello che stavo vivendo stesse diventando un’opportunità. È stato un percorso lungo che, in realtà, è ancora in corso.
Semplicemente giorno dopo giorno, tra conquiste e ricadute, ho capito che avevo una scelta: lasciare che la malattia e la sofferenza definissero completamente la mia vita oppure provare, con i miei tempi, a cercare una strada diversa. Io ho scelto la seconda via ma voglio essere sincera: ci sono ancora giorni in cui sto bene e altri in cui ritornano le stesse paure, la stessa fatica e lo stesso smarrimento. Soprattutto in questo periodo: a breve mi sposo, cambierò casa e soprattutto nazione. Inevitabilmente, mi aspetto di dover affrontare delle difficoltà iniziali.
Tuttavia, se in passato i cambiamenti mi terrorizzavano, oggi cerco di abitarli e, per lavoro, supporto donne in trasformazione come me nell’affrontarli. Qualcosa è cambiato. Ho smesso di vedere quella sofferenza soltanto come una condanna capace di rendermi meno importante e ho iniziato a chiedermi se avrei potuto attraversarla senza permetterle di decidere chi fossi. Il mio momento di svolta è stato quando dopo anni ho ricominciato a farmi altre domande: “Chi sono?”, “Che cosa desidero?”, “Come voglio vivere?”.
Credo che il cambiamento sia iniziato proprio lì. Il limite non mi ha indicato dove fermarmi. Mi ha costretto a chiedermi quale fosse la mia strada. E quella strada non l’ho trovata eliminando il dolore o facendo scomparire la paura, ma imparando, un passo alla volta, a scegliere ciò che dava davvero senso alla mia vita.
Per molto tempo ho pensato che il limite fosse qualcosa da combattere. Oggi lo considero un possibile “confine”: un punto in cui fermarsi, ascoltarsi e scegliere quale direzione prendere per scoprire, ciascuno, il proprio dono.
La tua esperienza personale ti ha portata a cambiare vita e a diventare Professional Organizer. In cosa consiste concretamente il tuo lavoro e cosa vorresti far conoscere meglio di questa professione?
Sì, strano il destino: non potevo più controllare nulla, nemmeno e soprattutto dentro di me così gli spazi fisici che mi circondavano, per via della mia immobilità iniziale, piano piano divennero il punto di riferimento per riprendere in mano il controllo. La mia camera dall’inizio della malattia ad oggi è stata una sorta di laboratorio.
Ho testato e compreso come ciò che ci circonda influenza veramente ciò che abbiamo dentro e la nostra salute psicofisica e, dopo aver ricominciato a camminare fisicamente e metaforicamente, mi sono formata per condividere tutto questo anche con altre persone.
Sono diventata Professional Organizer Senior Qualificata e ho deciso che avrei accompagnato le donne, soprattutto ma non solo, che stanno vivendo una trasformazione affinché riescano ad abitare il loro cambiamento grazie a scelte essenziali e consapevoli. Progetto, nello specifico, percorsi di riorganizzazione personalizzati per creare stabilità, funzionalità e restituire equilibrio.
Lavoro con donne che si sentono sovraccariche o in transizione e desiderano una vita più “respirabile” e autentica. Ora sono Minimal Meg, mi trovate sui social e sul mio sito, e desidero trasmettere il potere della capacità organizzativa cioè la base, a parer mio, della potenzialità personale di poter esplorare e sviluppare tutte le altre soft e hard skills essenziali della vita.
Il tuo approccio è legato anche al minimalismo. Qual è il rapporto tra organizzazione e benessere personale?
Mi rendo sempre più conto, anche grazie al mio lavoro, di quanto ciò che ci circonda possa influenzare il nostro benessere e la nostra quotidianità; e posso dirlo perché l’ho vissuto in prima persona: durante il periodo più difficile della mia malattia e degli attacchi di panico, avevo la sensazione che tutto fosse in disordine: i pensieri, le emozioni e persino il corpo. Avevo pochissima mobilità, eppure sono tornata a muovermi partendo con gesti molto piccoli e concreti: una piccola libreria, il mobile vicino al letto…
Mettere ordine “fuori” non ha risolto improvvisamente tutto ciò che avevo dentro, ma mi ha restituito leggerezza e, poco alla volta, la sensazione di poter riprendere in mano almeno una parte della mia vita.
Ho capito che ritrovare un ordine non significa controllare tutto, ma ricostruire, un gesto alla volta, una quotidianità che possiamo tornare ad abitare. È anche per questo che nel mio libro trasmetto già il concetto di organizzazione: in quel momento non poteva bastarmi un’idea, avevo bisogno di trasformarla in azione e poi in abitudine…solo allora sono riuscita a percepire una vera trasformazione. È da questa esperienza che nasce anche il mio modo di lavorare oggi.
Quando una donna sceglie uno dei miei tre percorsi (Essenza, Equilibrio o Evoluzione): il mio obiettivo non è semplicemente riorganizzare o “riordinare” uno spazio domestico o lavorativo; è conoscere la persona, ascoltare ciò che sta vivendo, costruire insieme una strategia su misura rispettando i suoi bisogni, le sue abitudini pregresse e ciò che oggi desidera essere. Tutti cambiamo, cresciamo ed evolviamo.
Ho scelto di portare nel mio lavoro cura, ascolto e rispetto, perché i nostri bisogni e le nostre fragilità non sono qualcosa da nascondere: sono parte del nostro essere umani. Proprio da lì che, a volte, possiamo iniziare a ricostruire.
In questo contesto entra il minimalismo: non significa per forza avere meno, ma piuttosto imparare a scegliere cosa lasciare andare, cosa continuare a portare con sé e cosa è davvero essenziale per la persona che siamo. Non si parla solo di oggetti ma del modo stesso di guardare la vita. Eliminare il superfluo è stato per me uno dei modi per trovare una via d’uscita.
Quali sono le situazioni in cui le persone ti cercano più spesso e come li aiuti a fare spazio, eliminando ciò che non è più necessario?
Prima di contattarmi, magari, provano a sistemare uno spazio (privato o di lavoro, indifferentemente) in autonomia e si sentono sopraffatti dal processo, collegano alla fase di riordino il momento di vita che stanno passando e sentono che qualcosa deve cambiare. Magari guardano contenuti online a tema organizzazione, provano soluzioni rapide e accattivanti, si entusiasmano inizialmente ma poi perdono la costanza. Sono attratti dal minimalismo fine a sé stesso e diventano così consapevoli di aver bisogno di qualcuno.
Quando intervengo trovo però (al posto dell’entusiasmo e della preparazione sul “riordino”) persone in sovraccarico mentale, spazi che non sostengono una nuova fase di vita, difficoltà a mantenere una certa continuità, sensazione di dispersione, sensi di colpa, difficoltà ad iniziare, solitudine nel processo.
Sono persone che derivano, perlopiù, da un cambio lavorativo di una certa entità, oppure da un divorzio, da una ristrutturazione, da una nuova nascita o da un trasferimento. Incontro tante situazioni: per questo sostengo che dietro al bisogno organizzativo ci sia sempre un mondo, la vita non procede a compartimenti stagni e tutti meritano di trovare una mano o una guida che li porti a sbrogliare la matassa in cui si trovano, tramite il riordino senza che questo diventi il fine ultimo.
L’organizzazione di oggetti e spazi è solo una delle ultime fasi dell’intero processo: prima di tutto è necessario che la persona comprenda di che cosa oggi ha bisogno per diventare chi desidera essere. Allora, può iniziare e riuscire a scegliere con consapevolezza cosa tenere e quindi cosa lasciare andare.
Ci tengo a precisare che “lasciare andare” non implichi sempre la definitiva eliminazione di qualcosa, prima ci sono passaggi intermedi possibili come il donare o il trasformare. Il mio compito è fondamentalmente accompagnare in questo processo, trasmettere il metodo affinché rimanga con la persona anche in futuro, supportare e dare ascolto.
Qual è il messaggio che vorresti arrivasse a chi sta vivendo oggi una situazione simile a quella che hai raccontato nel libro?
Premesso che alla fine emergono più messaggi perché comunque nascono varie consapevolezze durante il percorso, quelli che penso valga la pena esplicitare sono due: da un lato, il fatto che, nonostante tutte le fragilità, anche chi pensa di essere la persona più sola al mondo in realtà non lo è assolutamente. Ed è un messaggio fantastico!
Il limite non è che relativo: cambia in base a come scegli di affrontare la realtà, nonostante tutte le fatiche che comunque non vengono nascoste né spariscono. Quella solitudine può essere solo una fase di scoperta, se ci si crede.
Dall’altro, l’idea che la vita è molto più interessante rispetto all’idea che noi ci facciamo di essa. Personalmente, non mi sarei mai aspettata di andare a vivere a Friburgo (il mio sogno era vivere a Milano), non mi sarei mai immaginata di incontrare Andrea dopo quello che era successo nelle precedenti relazioni e non mi sarei mai immaginata di perdere tante persone, incontrando contemporaneamente altrettante presenze diventate preziose nel mio percorso. Il messaggio che sottende queste prese di coscienza, forse, non è che ogni giorno è necessario scegliere la vita e darsi l’opportunità di stare bene.

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.