Tra il Trecento e il Settecento, l’Europa fu attraversata, a ondate, dai fuochi dei roghi a cui erano condannate le streghe.

L’Italia, pur con tratti suoi peculiari, non fece eccezione: nelle vallate alpine, nei borghi del Nord, nei margini rurali della penisola, antichi saperi femminili divennero una colpa. Guarire, conoscere le erbe, assistere alle nascite, interpretare i segni della natura: ciò che per secoli era stato necessario alla sopravvivenza delle comunità si trasformò in minaccia all’ordine costituito.

Malefiche. Storia della caccia alle streghe in Italia (Ponte alle Grazie, 2026) di Giovanna Potenza attraversa quattro secoli di caccia alle streghe nel nostro paese, dimostrando come l’accusa di stregoneria sia stata uno strumento di controllo sociale, politico e simbolico.

Un’accusa usata per disciplinare i corpi, silenziare il dissenso, contenere l’autonomia femminile e riaffermare un ordine patriarcale fondato sulla paura e l’obbedienza.

Dai primi processi medievali alle ultime fiamme del Settecento, Malefiche presenta al lettore una messe di informazioni, frutto di un lavoro di ricerca minuzioso su fonti d’archivio, atti inquisitoriali e testi demonologici, riuscendo a estrarre da quelle carte le storie vivissime di donne perseguitate. Storie di violenza, certo, ma anche di resistenza a un potere che sempre tenta di controllare e punire ciò che non riesce a governare.

Gentile Giovanna, benvenuta e grazie per aver accettato questa intervista. Vorrei iniziare chiedendole come è nato Malefiche e cosa l’ha spinta a dedicarsi al tema della caccia alle streghe?

La ricerca d’archivio è da sempre una delle mie più grandi passioni e nel tempo avevo raccolto  abbondante materiale sui processi per stregoneria. Un anno fa una grave frattura e la scoperta di una patologia oncologica mi hanno costretta a fermarmi. È stato il mio personale passaggio attraverso l’inferno. In quel tempo sospeso, a volte disperato, ho messo in ordine il materiale raccolto. Mi avevano umanamente commossa i processi per stregoneria alle anziane e ai bambini e mentre “restituivo la voce” alle vittime, mentre sottraevo le loro storie al buio dei secoli, ritrovavo  in un certo senso anche la mia voce, la mia voglia di ricominciare. Così è nato Malefiche.

Quali caratteristiche rendono peculiare la storia italiana della caccia alle streghe?

Contrariamente a quanto si crede, la caccia alle streghe non fu un fenomeno esclusivamente protestante: anche l’Italia cattolica ne fu profondamente coinvolta. Tuttavia, la sua storia presenta caratteristiche peculiari. La penisola era divisa in numerosi stati, ciascuno con proprie leggi e tribunali, che diedero vita a una persecuzione frammentata.

L’Inquisizione romana, pur adottando spesso criteri giuridici più rigorosi e limitando gli eccessi, non fu priva di episodi di estrema efferatezza. Ne emerge quindi una vicenda complessa, in cui superstizione, religione, giustizia e potere si intrecciano profondamente.

Nel libro parla di accusa di stregoneria come strumento di delegittimazione del femminile. Vuole spiegarci questo concetto?

L’accusa di stregoneria fu, prima ancora che un reato, uno strumento di controllo sociale. Colpiva soprattutto donne che, per autonomia, sapere, indipendenza o semplice diversità, sfuggivano ai modelli imposti. Attribuire loro un potere demoniaco significava screditarne la parola, il ruolo e l’autorevolezza. La strega divenne così il simbolo di un femminile percepito come minaccia. Per questo i processi non raccontano solo una persecuzione religiosa, ma anche una profonda paura della libertà femminile.

Quali meccanismi di esclusione o delegittimazione riconosce ancora oggi?

Le forme sono cambiate, ma alcuni meccanismi restano sorprendentemente simili. Ancora oggi molte donne vengono giudicate con maggiore severità quando esercitano autorità, esprimono dissenso o rifiutano ruoli prestabiliti. La delegittimazione passa attraverso il linguaggio, la derisione, la svalutazione delle competenze e, sempre più spesso, corre in rete, dove l’anonimato amplifica odio e violenza verbale. Non esistono più i roghi, ma sopravvivono forme più sottili di isolamento e di esclusione. Riconoscerle è il primo passo per impedirne la normalizzazione

Quanto è stato importante distinguere il mito della “strega” dalla realtà storica delle donne finite sotto processo?

È stato fondamentale, perché il mito ha finito per oscurare la verità storica. Le donne processate per stregoneria non erano creature misteriose o dotate di poteri occulti, ma persone comuni: levatrici, guaritrici, vedove, contadine. Restituire loro un volto e una storia significa sottrarle agli stereotipi costruiti nei secoli. Solo distinguendo la leggenda dalla realtà possiamo comprendere la portata di quella persecuzione e rendere giustizia alle sue vittime.

Perché raccontare la caccia alle streghe oggi?

Raccontare oggi la caccia alle streghe significa interrogarsi sui meccanismi con cui una società costruisce un nemico e lo trasforma in capro espiatorio.

Le “streghe” furono perseguitate per la loro diversità, la loro autonomia o semplicemente perché ritenute scomode. Conoscere la loro storia significa restituire voce a chi ne è stato privato e comprendere quanto paura, pregiudizio e disinformazione possano generare violenza. È una memoria che ci invita a vigilare, perché nessuna persecuzione appartiene davvero solo al passato.

C’è una figura femminile o un processo che l’ha colpita di più e che continua a portare con sé?

Tra tutte le vicende che ho ricostruito, quella di Matteuccia da Todi è la figura che continua ad accompagnarmi. La immagino condotta al supplizio tra la folla che la dileggia, mentre avanza terrorizzata verso la morte. Forse di lei ci resta un piccolo ritratto, il disegno vergato dal notaio al margine della sentenza. Vi compare una donna dai capelli scarmigliati, nell’atto di effettuare un incantesimo con una bacchetta magica. Mi piace pensare che l’immagine ritragga lei e in quel tratto incerto, che viene da un passato lontano, vedo una vittima cui la storia deve finalmente restituire voce e dignità.


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