Articolo di Carlotta De Melas

Il canto di Penelope di Margaret Atwood è uno di quei libri che ti fanno capire, dopo poche pagine, che hai appena incontrato una scrittrice di cui vorrai leggere tutto.

Atwood mi ha conquistata con una voce tagliente, ironica, intelligentissima. La sua Penelope non è più soltanto la donna paziente e silenziosa tramandata per secoli sui banchi di scuola. Qui diventa sarcastica, acuta, lucidissima. Una donna capace di osservare tutto, ricordare tutto e raccontare tutto. Anche ciò che il mito ha sempre lasciato in ombra.

E Ulisse? Non ne esce bene. Per niente.

La cosa che ho amato di più è il modo in cui questo romanzo riesce a prendere un mito antico e renderlo profondamente contemporaneo. Atwood ci ricorda che la tragicità e la miseria della vita restano identiche in ogni epoca, che cambiano i secoli ma non il dolore, il potere, le ingiustizie.

E poi ci sono le Ancelle.

Nell’Odissea vengono uccise in poche righe. Qui, invece, diventano un coro. Un coro che reclama giustizia, che fa domande, che pretende risposte. Dodici ragazze innocenti che finalmente ottengono una voce.


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