Con La bellezza della fine edito da Graus Edizioni, Max D’Orso trascina il lettore in un territorio narrativo dove la verità è sepolta sotto segreti e apparenze. L’autore riporta al centro della scena il tenebroso ispettore Marco Lombardo, in una storia che ha il sapore di una resa dei conti.
Nella cornice viva di Napoli, la vicenda si apre con una sequenza brutale in cui una rapina a due furgoni portavalori degenera in un’esecuzione fredda e improvvisa, lasciando dietro di sé due omicidi e una scia di domande che sembrano, almeno inizialmente, trovare risposte: un boss arrestato, una banda smantellata, un nome su cui far ricadere la colpa.
Eppure, proprio quando il caso sembra archiviato, qualcosa inizia a incrinarsi, come se la realtà stessa si rifiutasse di aderire alla versione ufficiale. È in questa crepa che si insinua il dubbio, incarnato nella figura del giovane sospettato, Francesco, il cui legame con la cartomante Enza introduce un elemento narrativo affascinante e inaspettato.
Il mondo dei tarocchi, con il suo linguaggio simbolico, aggiunge un livello di lettura che arricchisce questo giallo di affascinanti suggestioni: un mondo enigmatico con cui l’ispettore Lombardo si trova, suo malgrado, a incrociare il proprio cammino. Ed è proprio attraverso questo incontro con l’arcano che il caso si trasforma in qualcosa di più profondo, un viaggio interiore che porta il protagonista a fare i conti con i propri fantasmi del passato, con ciò che aveva sepolto e mai risolto.
La presenza della cartomante è uno degli elementi più intriganti del nuovo giallo di Max D’Orso, una scelta narrativa che avvolge la storia in un’atmosfera misteriosa, dove il confine tra scelta e destino si fa sempre più sottile. È proprio attraverso questo varco esoterico che il lettore ha accesso alla parte più nascosta del protagonista Marco Lombardo, ormai lontano dall’immagine solida e impenetrabile degli inizi. Il passato riemerge con forza, insinuandosi nei suoi pensieri, mentre riaffiorano fragilità mai davvero sopite.
Max D’Orso costruisce anche questa volta un intreccio narrativo magnetico e immersivo in cui ogni personaggio, anche il più marginale, porta con sé frammenti di verità e dubbio, contribuendo a creare un mosaico criptico che sa come avvolgere il lettore. Le atmosfere si fanno via via più cupe, quasi oppressive, e il senso di inquietudine cresce, dando vita a un crime che scava nelle pieghe della società e dell’animo umano, esplorando le zone d’ombra in cui convivono colpa e innocenza, paura e desiderio di riscatto.
E così, quando l’indagine sembra finalmente ricomporsi e i contorni della verità affiorano, ciò che rimane insieme alla soluzione del caso è una sensazione più profonda: la consapevolezza che ogni fine non rappresenti mai una chiusura bensì un passaggio necessario verso una nuova soglia. E per Marco Lombardo è proprio dal confronto con il passato che prende forma una nuova direzione, il primo passo, ancora incerto ma autentico, verso una inedita forma di bellezza.
In questa intervista andiamo alla scoperta, insieme all’autore Max D’Orso, di alcune curiosità sulla genesi del suo nuovo libro e delle tematiche che lo attraversano.
Intervista con l’autore Max D’Orso

Due anni di “silenzio” e poi il ritorno dell’ispettore Marco Lombardo: è stato come ritrovare un vecchio alleato o rimettere le mani su qualcosa di pericolosamente irrisolto? E, soprattutto, cosa ti spaventava di più nel riaprire la sua storia?
Nessuno spavento, anzi! Inizio subito col dire che il lungo silenzio intercorso tra il romanzo precedente e quest’ultimo, in verità, io non l’ho affatto percepito poiché di solito, dopo la pubblicazione mi prendo ”soltanto” qualche mese di pausa e poi inizio nuovamente a scrivere.
Lombardo, pur non avendo quasi nulla in comune con me, è comunque il mio alter ego; è una questione di affinità elettive più che di somiglianze vere e proprie, e descrivere la sua vita, i suoi dubbi e i suoi turbamenti è diventato terapeutico e stimolante. Quando i personaggi si evolvono è facile immaginare che anche chi li racconta si stia evolvendo, e tutto ciò crea un’interessante alchimia tra l’autore e le sue storie.
La bellezza della fine è un titolo che seduce e inquieta allo stesso tempo. Cosa suggerisce e se dovessi tradurlo in un’immagine, o in una sensazione, quale sarebbe?
Il titolo prende forma grazie a un concetto radicato nella saggezza del popolo giapponese, il quale riesce a vedere in evento apparentemente triste, come la fine di qualcosa, anche la bellezza di un nuovo e inevitabile inizio. Mi sembrava adatto alla storia, dove buona parte della fatica dei protagonisti è proprio quella di dover guardare oltre le apparenze; la consapevolezza che dopo la tempesta arriverà comunque la quiete, regala sempre un senso di appagamento.
Quante volte abbiamo iniziato un nuovo percorso, maledicendo quello appena lasciato e ritrovando poi di nuovo grandi soddisfazioni? La conclusione è che senza una fine non potrà mai esserci un nuovo inizio.
Lombardo cambia pelle: si innamora o quasi, perde entusiasmo nel proprio lavoro, si lascia sfiorare da qualcosa di irrazionale come i tarocchi. Quanto è stato liberatorio o rischioso incrinare le sue certezze?
È stato molto liberatorio. Prima di parlare di tarocchi ho dovuto studiare a fondo l’argomento, documentarmi, osservare i riti delle cartomanti e guardare ore di video su Youtube, per poi confrontarmi con vari appassionati fino a comprendere l’effettiva “magia” che si cela dietro tutti i concetti da esporre a chi si affida a quest’arte divinatoria. Lombardo, dapprima restìo, verrà coinvolto suo malgrado in questo percorso anche se, ad attrarlo, c’era già quel misto di paura e timore che di solito avvolge chi non sa in cosa credere.
La presunta irrazionalità dei tarocchi lo aprirà comunque a una nuova visione, inaspettata e disillusa, e lo costringerà a fare di nuovo i conti con quello che avrebbe preferito non rivivere. Alla fine, sarà grato a se stesso di averci almeno provato.
Tra rapine, criminalità organizzata, drammi familiari, violenza, il romanzo sembra muoversi su più livelli di oscurità. Qual è la zona d’ombra che ti interessava esplorare?
Tutte quelle che hai appena citato! Siccome scrivo costantemente con il timore di poter generare caos nel lettore, cerco sempre di non mescolare troppi elementi a contrasto; voglio che, chi mi legge, si senta accompagnato per mano, che si senta stuzzicato dagli eventi della storia e che si incuriosisca per ciò che accade ma nella (mia) cabina di regia tutto dev’essere chiaro, lineare, sincronizzato.
Le sfaccettature dei vari personaggi devono avere un’anima, devono essere credibili e interessanti; quando si tratta di far interagire personalità diverse tra loro il coefficiente di difficoltà sale, ma è proprio qui che viene fuori il potenziale dello scrittore, che sa di avere l’opportunità per generare le giuste alchimie e sa di poter dare libera voce ai pensieri di tutti i protagonisti. Per uno scrittore, esplorare il lato “nero” di un essere umano ha sempre il suo fascino, questo è indubbio, e ti confesso che in certi casi immedesimarsi può diventare addirittura terapeutico.
Se la trilogia dell’ispettore Lombardo fosse una colonna sonora quale sarebbe? E con quali tre parole la descriveresti a chi non l’ha ancora letta?
L’elenco delle canzoni citate nei romanzi sono tante, anche se negli eventuali “titoli di testa” ci vedrei bene Dreamer, del compianto Ozzy Osbourne: quell’intro al pianoforte e quella melodia accattivante sarebbero perfette come sottofondo alla presentazione della storia.
Vorresti tre parole per descrivere quella che, per ora, è solo una trilogia? Diciamo che ho giocato molto con l’ambiguità che accomuna, anche inaspettatamente, alcuni dei protagonisti; trattandosi poi di storie in cui c’è sempre qualcosa da comprendere e capire, ho puntato molto sull’intreccio e sull’intrigo. Infine, mi auguro che qualcuno la trovi anche interessante e piacevole, ché per me già sarebbe una grandissima soddisfazione. Quindi ambigua, intrigante e interessante.
Scrivere crime oggi significa anche confrontarsi con un pubblico molto esigente. Guardando indietro, qual è stato l’errore più prezioso del tuo esordio e come si è evoluta la tua scrittura nel tempo?
L’errore più grande – se di errore vogliamo parlare – è stato quello di non aver iniziato quando pensavo fosse il momento per farlo. Procrastinare è da sempre la mia specialità, anche se devo ammettere di non essere mai stato davvero con le mani in mano; scrivevo articoli, scrivevo storie di vita quotidiana e ho diretto un magazine per quattro anni, con enormi soddisfazioni.
Erroneamente, pur essendo un buon lettore, ho sempre ritenuto la scrittura di un romanzo qualcosa di troppo grande, di inavvicinabile, troppo complessa se paragonata ai miei articoletti di appena due pagine eppure, quando ho trovato il coraggio di cimentarmi, ho scoperto un nuovo mondo. Nel corso degli anni ho fagocitato libri di ogni specie, spesso andando anche alla ricerca di vecchie edizioni (sono in possesso di una copia originale de L’esorcista di W.P. Blatty del 1973) ma i gialli/thriller hanno sempre avuto la precedenza.
Quale errore consiglieresti di evitare a un aspirante scrittore di gialli?
Il giorno in cui sarò io a dover dare consigli, saremo alla frutta! Scherzi a parte, non ne ho idea. Credo che il trucco per migliorare stia proprio nel commetterli, gli errori; trovare uno stile proprio, intrecciare bene gli eventi e costruire dialoghi interessanti e funzionali sono processi delicati e indispensabili, che si affinano soltanto lavorando sul campo. Riflettendoci, però, un consiglio che potrei dare è quello di conservare con cura le prime stesure dei propri lavori: la rilettura della bozza del mio primo manoscritto del 2022, per esempio, mi ha trasmesso l’esatta percezione della mia evoluzione in questi ultimi anni.
L’importante è trovare il coraggio di provarci: comunicare sentimenti ed emozioni, in un modo così affascinante come il racconto di una storia, è un lusso che non dovrebbe essere precluso a nessuno. Adesso torno di nuovo a scrivere, e per concludere dico a tutti… viva i libri!

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