Articolo di Libri Mondadori

Nata a Nuoro nel 1871, Grazia Deledda cresce in una società patriarcale e chiusa, dove il destino di una donna sembrava non poter oltrepassare il rigido confine di “casa e figli”. Eppure, fin da giovanissima, avverte una passione vivissima per la lettura e la scrittura.

Autodidatta determinata (aveva frequentato le scuole solo fino alla quarta elementare e la sua formazione avvenne poi tramite lezioni private), Deledda non si accontenta del mondo che le è stato assegnato: inizia a tessere i suoi primi contatti culturali scrivendo a direttori di giornali e riviste del Continente. Lo fa all’insaputa dei suoi familiari, rubando persino l’olio di casa per ricavare i pochi soldi necessari a spedire i suoi lavori.

Pubblica le sue prime novelle a soli quindici anni, trasformando questa sua urgenza in un vero e proprio atto diautodeterminazione. Costruisce così, tenacemente, un destino letterario che la porterà a superare ogni ostacolo e interdizione imposti dalla sua epoca.

La sua giovinezza viene segnata da una serie di gravi drammi familiari: la morte del padre nel 1892 la portò a diverse difficoltà economiche, mentre la famiglia affrontava anche i problemi di alcolismo del fratello maggiore e l’arresto per piccoli furti del fratello minore. Anche la sorella minore Vincenza, morì prematuramente gettando sui Deledda l’ennesima ombra.

La svolta per l’autrice avvenne nel 1899 a Cagliari, quando conobbe Palmiro Madesani, un funzionario statale mantovano che divenne suo marito nel 1900. Grazia Deledda realizzò il suo progetto di emancipazione trasferendosi a Roma, conducendo una vita appartata e dedita alla famiglia e al lavoro. In una dinamica modernissima agli occhi di oggi, il marito abbandonò il proprio impiego al Ministero per dedicarsi interamente a farle da agente letterario: Deledda così compose i suoi capolavori più celebri, tra cui Elias Portolu (1903), Cenere (1904), L’edera (1908), Canne al vento (1913) e La madre (1920).



Nei suoi scritti, Grazia Deledda evita accuratamente di fermarsi al semplice racconto folcloristico della propria terra. La Sardegna non è un mero sfondo pittoresco, ma diventa sotto la sua penna uno spazio mitico e universale, un teatro primordiale in cui la natura aspra dell’isola sembra partecipare attivamente alle passioni e alle inquietudini che accomunano ogni essere umano.

Attraverso le pagine dei suoi romanzi, l’autrice indaga con estrema lucidità il peccato, il senso di colpa e l’insopprimibile bisogno di espiazione. I suoi protagonisti, fragili come “canne al vento”, si dibattono costantemente tra il peso di un destino che appare ineluttabile e la faticosa ricerca di una redenzione personale e terrena.

Sono tematiche profonde, di respiro internazionale, che le permettono di dialogare alla pari con i grandi narratori europei del suo tempo, in particolare con maestri russi come Lev Tolstòj e Fëdor Dostoevskij, accomunati a lei dalla medesima e spietata indagine sulle voragini dell’anima.

È proprio questa rara capacità di fondere un’identità locale fortissima con interrogativi esistenziali assoluti a consacrarla a livello mondiale: nel 1927 le viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura (relativo all’anno 1926), scelto dall’Accademia Svedese proprio per la sua potenza di scrittrice capace di trattare “con profondità e con calore problemi di generale interesse umano”. Ancora oggi, rimane la prima e unica donna italiana ad aver mai raggiunto questo traguardo.
Grazia Deledda
Cosima
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L’opera che forse racchiude in modo più puro l’essenza di questo percorso è Cosima, il romanzo autobiografico uscito postumo nel 1937. Inizialmente uscito a puntate sulla rivista Nuova Antologia tra il settembre e l’ottobre del 1936, pochissime settimane dopo la morte della scrittrice (15 agosto dello stesso anno), il racconto ripercorre i passi della sua giovinezza, offrendoci il ritratto intimo di una ragazza che scopre la propria insopprimibile vocazione e decide di inseguirla a ogni costo.È un vero e proprio testamento spirituale, la chiave perfetta per comprendere a fondo le radici dell’arte di Deledda e le sfide affrontate per affermarsi in un panorama culturale dominato dagli uomini. Narrato rigorosamente in terza persona, come nota la critica Daniela Brogi, Cosima è un vero e proprio “autoritratto a distanza” di grande modernità, in cui l’autrice non pensa solo a fare una rievocazione nostalgica o a redigere un diario.Per celebrare questa voce imprescindibile del Novecento, riproponiamo Cosima in una nuova veste per la collana Oscar Cult. Un invito rivolto a chi l’ha già amata e a chi vi si avvicina per la prima volta: esplorare il mondo di Grazia Deledda significa riappropriarsi di un pezzo fondamentale della nostra storia letteraria e lasciarsi ispirare da una donna che ha saputo scrivere, fino in fondo, le proprie regole.

Fonte: Grazia Deledda: il coraggio di una vocazione, dalla Sardegna al Premio Nobel | Libri Mondadori


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