Mi hanno rotta, ma non del tutto di Giorgia Dall’aglio è un romanzo autobiografico di resilienza. Un viaggio che parte dall’infanzia, attraversa il dolore del bullismo, la frattura della famiglia, la scoperta improvvisa della malattia e il peso delle cure, per arrivare alla rabbia, al rifiuto e poi alla rinascita.

Non è un libro che indulge nella sofferenza, ma uno che la trasforma in parole chiare, sincere, luminose anche nel buio.
La voce è diretta e autentica, non cerca di addolcire quello che ha vissuto, ma lo racconta così com’è stato, crudo, stancante, pieno di cadute… eppure sempre attraversato da una forza gentile che l’ha tenuta in piedi. È un libro che parla di solitudine e paura, ma anche di scelte, di incontri, di legami e del coraggio di reinventarsi quando la vita sembra aver tolto tutto.

Il libro è stato appositamente impaginato con caratteri grandi, per favorire un’esperienza di lettura più chiara e accessibile a chi presenta dislessia.

Non so cosa accada dentro ogni persona quando arriva la malattia perchè ognuno la vive in modo diverso. So cosa è successo dentro di me, rabbia, paura e un profondo senso di ingiustizia. Ci sono voluti molti anni per accettare di essere malata. È stato il percorso psicologico ad accompagnarmi verso l’accettazione di me e della mia nuova realtà. Non lo definirei “riemergere” per me è stato imparare a vivere, accettando ciò che sono e affrontando, ogni giorno, quello che la malattia porta con sé.

Credo che per prevenire davvero il bullismo dovremmo rieducare la società all’accettazione del diverso. Viviamo in un’epoca in cui sembra quasi obbligatorio essere tutti uguali con stessi vestiti, stessi gusti, persino gli stessi pensieri. Chi sceglie di essere diverso o semplicemente di pensarla diversamente rischia ancora di essere isolato, e questa, per me, è già una forma di bullismo sociale. Intervenire quando il problema è esploso è difficile, ma prevenire significa esserci prima. Se qualcuno fosse intervenuto in tempo nella mia storia, forse oggi non porterei con me alcuni dei traumi di cui parlo nel libro. Forse, semplicemente, avrebbero potuto salvarmi.

Per me era fondamentale intervenire anche sulla forma, non solo sul contenuto. Ricordando la fatica che provavo nel portare a termine una lettura, ho voluto che il mio libro fosse più accessibile e meno impegnativo da leggere. Desideravo che ragazzi e adulti con dislessia potessero immergersi nella storia senza sentirsi ostacolati dalla pagina. Perché leggere dovrebbe essere soprattutto un piacere, non una fatica in più.

Spero che il mio libro non finisca con l’ultima pagina, ma continui a camminare accanto a chi lo ha letto, soprattutto nei momenti più difficili. Vorrei che lasciasse una riflessione, una forza, magari una nuova prospettiva. E, soprattutto, che aprisse un dialogo, per questo invito i miei lettori a scrivermi e a raccontarmi la loro storia


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