Gita al faro (To the Lighthouse), pubblicato nel 1927, è forse uno dei libri più complessi che abbia mai letto. Virginia Woolf apre le porte della coscienza: la narrazione attraversa la mente dei protagonisti, intrecciando ricordi, pensieri e percezioni. Il lettore si muove tra un’interiorità e l’altra in un continuo passaggio di prospettive che rende evidente come i personaggi, pur vicini, rimangano estranei gli uni agli altri.

Il romanzo prende avvio da un episodio in apparenza banale: durante una vacanza estiva della famiglia Ramsay sull’Isola di Skye si parla di una possibile gita al faro da compiere il giorno successivo. Per James, il figlio più piccolo, quel faro rappresenta una meta misteriosa e desiderata, quasi un sogno ma il viaggio verrà rimandato e sarà realizzato soltanto dieci anni dopo, quando tutto sarà ormai cambiato e l’assenza avrà modificato profondamente gli equilibri della famiglia.

La vicenda dei Ramsay e dei loro amici non costituisce il vero centro del romanzo, ma il punto di partenza di un’indagine sull’interiorità. Attraverso gli eventi che si susseguono, Woolf esplora il modo in cui essi vengono percepiti, elaborati e trasformati dall’esperienza interiore dei personaggi.

L’anima di ogni personaggio diventa un universo intero, attraversato da conflitti, alleanze, desideri e paure che raramente riescono a trasformarsi in parole condivise.

A dominare il romanzo è soprattutto un’assenza: quella della signora Ramsay, madre e moglie, il cui vuoto continua a risuonare nella vita di chi resta. Il ricordo dell’infanzia e delle persone perdute diventa esso stesso un faro, capace di orientare ma anche di condizionare, i pensieri e le impressioni dei personaggi.

Gita al faro è un romanzo sul tempo, sulla morte ma anche sull’incomunicabilità.

Chi può comprenderci davvero e quale immagine di noi sopravvive nella mente degli altri? E non è forse vero, come scriveva Alda Merini, che uno dei rischi più grandi dell’esistenza è quello di essere fraintesi, di restare soli e imprigionati nella memoria degli altri nella forma di un’unica azione, di una parola detta, di una scelta fatta, che finisce per sostituirsi a ciò che realmente siamo?

Eppure, oltre ciò che diciamo e ciò che facciamo, rimane sempre un nucleo irriducibile, un luogo che nessuno sguardo potrà mai comprendere del tutto.

Che cosa resta di ciò che siamo? E quanto ciò che gli altri vedono coincide con ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo di essere?

Forse ogni tentativo di spiegarci, di farci conoscere, o persino di nasconderci, non fa che moltiplicare le immagini di noi stessi. Gli altri conserveranno sempre di noi un’interpretazione soggettiva filtrata dalle circostanze, dalle aspettative, dai ricordi: mai del tutto vera ma nemmeno del tutto falsa.

Del resto, anche noi siamo in parte sconosciuti a noi stessi. Le nostre azioni non coincidono sempre con ciò che sentiamo di essere, e talvolta sono proprio gli altri a riconoscere aspetti della nostra personalità che ci erano rimasti invisibili.

Gita al faro racconta l’incomunicabilità, la solitudine, l’impossibilità di raggiungere l’altro e, insieme, l’impossibilità di raggiungere pienamente noi stessi.

Woolf costringe il lettore a vivere dentro le coscienze dei suoi personaggi, seguendone il continuo intrecciarsi di paure, speranze, emozioni e interpretazioni, in una prosa sublime che è una tormenta di emozioni e rievocazioni, un racconto corale dai repentini cambi di prospettiva.

Si esce da questo romanzo come si esce dal mare dopo una lunga nuotata controcorrente, esausti ma trasformati.

E quando finalmente si raggiunge il faro, ci si accorge che anche l’oggetto del desiderio, una volta raggiunto, è diverso dall’idea che ne avevamo costruito.


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