Una goccia di sangue sul pavimento della cucina. Non ha voce, ma grida in silenzio.
A pochi passi un piatto in mille pezzi. Un bicchiere rovesciato sul tavolo stilla ancora qualche rimasuglio di vino.
La tovaglia strappata di netto mostra ancora i segni delle unghie.
Una, due, tre, quattro sedie a terra.
Un vaso rotto, un posacenere rotto, una dozzina di libri sparsi per tutta la stanza.
L’orologio sul muro continua a ticchettare, indifferente.
“Mi hai mentito fin dall’inizio.”
“Ti ho dato tutto quello che volevi.”
“No. Mi hai tolto tutto quello che ero.”
La televisione trasmette un film. Immagini si susseguono di fronte allo sguardo ebbro di un uomo concentrato sul suo bicchiere di whisky.
La borsa del ghiaccio appoggiata sull’occhio destro assorbe le lacrime che scaldano il volto emaciato di una donna rannicchiata a ridosso del guardaroba. L’altra mano è stata fasciata alla bell’e meglio per impedire al sangue di continuare a uscire. La donna singhiozza, trema, cerca di farlo in silenzio perché ha paura, terrore di ciò che potrebbe succedere se solo
palesasse la propria presenza.
Restare sotto al letto della cameretta con le luci spente è come ritrovarsi in un posto al di fuori della realtà. Tutto svanisce e può essere riempito con la propria immaginazione. La bambina chiude gli occhi e respira profondamente. Prova a dimenticare gli ultimi dieci minuti della sua vita. Dieci minuti che si ripetono praticamente ogni giorno da quando ha memoria.
Un rumore di passi nel corridoio. Lenti. Irregolari.
La bambina trattiene il respiro. Conta fino a tre e tutto sparisce. Uno. Due. Tre.
