L’adolescenza è uno dei periodi più complessi per l’essere umano, lo sappiamo tutti. Ma se hai una malattia genetica rara, come Luna, a causa della quale non raggiungi il metro e cinquanta, tutto sembra ancora più difficile.
Dopo un’infanzia caratterizzata da un susseguirsi di visite e controlli medici, l’iniziale forza di carattere della ragazza sfocia pian piano in insicurezza. Non riesce a integrarsi a scuola e gli altri sembrano irraggiungibili e non interessati alla sua compagnia. Come conseguenza, inizia ad autoescludersi lei stessa, a non vedere una soluzione a questo problema. Ѐ convinta che non riuscirà mai a sentirsi parte di un gruppo, finché un’esperienza all’estero e un’estate al mare con la cugina smentiscono questa tesi.
Ispirato a una storia vera e scritto a tratti con ironia, questo racconto vuole essere un aiuto per chi vive situazioni difficili, un modo per sorridere alla vita e capire che non siamo mai veramente soli.
Intervista con l’autrice

Qual è stata la prima scintilla che ti ha spinto a scrivere Non sono all’altezza e che tipo di protagonista volevi far conoscere ai lettori?
Non sono all’altezza nasce da una storia vera. Ho voluto raccontare una protagonista che ha affrontato molte difficoltà nella vita e ha finito per sentirsi spesso inadeguata, come se non fosse mai abbastanza. Un sentimento che può portare, quasi senza rendersene conto, ad allontanarsi dagli altri. Per paura di essere derisi, giudicati o non accettati, ci si autoisola, per proteggersi e per anticipare il possibile rifiuto.
Nel percorso di Luna, quanto pesa lo sguardo degli altri e quanto, invece, pesa lo sguardo che lei stessa inizialmente aveva e poi ha imparato ad avere su di sé?
Per Luna, lo sguardo degli altri è un peso costante, un macigno che sente gravare su di sé anche quando proviene da perfetti sconosciuti, soprattutto quando c’è il confronto con chi la circonda. Crescendo e imparando a riconoscere il proprio valore, si rende conto che non tutti gli sguardi sono uguali e che il modo in cui gli altri la guardano può cambiare. Questa consapevolezza la porta, poco alla volta, a spostare l’attenzione dagli altri verso sé stessa, a costruire una maggiore autostima e a diventare più consapevole di chi è e di ciò che vale.
Hai scelto di raccontare una malattia rara senza fare della storia un semplice racconto sulla malattia. Era importante che il lettore vedesse prima di tutto una ragazza, con le sue paure, i suoi desideri e il suo bisogno di sentirsi parte del gruppo?
Non tutti conoscono una malattia come chi la vive ogni giorno. Sarebbe diventato un trattato, anche poco interessante. Volevo parlare a chiunque sentisse di non essere adeguato. Credo che un lettore possa più facilmente immedesimarsi in una storia come questa.
Tutti, nella nostra vita, passiamo momenti in cui ci sentiamo inadatti o esclusi. Ognuno ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa e volevo mandare il messaggio che una condizione di solitudine può capitare a tutti, ma può anche essere superata con amore e consapevolezza.
Secondo te, cosa significa davvero sentirsi “all’altezza” degli altri? E soprattutto: chi stabilisce quale sia questa altezza?
Nella società di oggi purtroppo, soprattutto gli adolescenti, si sentono all’altezza se sono simili agli altri, se possiedono le stesse cose, se si vestono alla stessa maniera, se frequentano gli stessi ambienti, se chattano allo stesso modo sui social. Per me essere all’altezza significa capire il proprio valore e quello di chi ci circonda, indipendentemente da salute, colore e qualsiasi altro aspetto. Non dovremmo essere stereotipati, dovrebbe essere celebrata l’unicità del singolo individuo.
Se potessi affidare al tuo libro un messaggio per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che oggi si sentono “non all’altezza” quale vorresti che fosse?
Il messaggio che vorrei affidare a questo libro è che non c’è nessuno che stabilisce chi sia all’altezza, che decide chi meriti di essere incluso. Tutti siamo adeguati perché tutti abbiamo delle capacità e degli aspetti interessanti. Dobbiamo prenderci la vita e non aver paura di essere esclusi, perché spesso sono i nostri timori a bloccarci e a non farci accettare dagli altri.
C’è qualcosa che hai imparato su di te come donna e come autrice scrivendo Non sono all’altezza?
Ho imparato che non sono così forte come pensavo e come pensano in molti. Spesso non chiedo aiuto, non esprimo le mie difficoltà perché io stessa temo di non essere all’altezza delle situazioni. Gli altri mi hanno sempre giudicata una persona determinata, che va avanti per la sua strada, e a volte mi comporto in modo da non deludere le aspettative. Chi mi conosce e ha letto il libro mi ha raccontato di non aver capito alcune situazioni complicate. Quindi adesso cerco di essere un po’ meno “all’altezza” e chiedere quando ho bisogno.

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