Un cortile polveroso, un cantiere alle spalle, un bambino che osserva il mondo con occhi pieni di stupore. Siamo negli anni Settanta, in una cittadina marchigiana, e ogni giorno può trasformarsi in un’avventura: un pezzo di giocattolo trovato per caso, una bravata con gli amici, un mistero da svelare dietro le porte chiuse dei vicini.
Bazar 2000 è un viaggio nella memoria e nell’immaginazione, dove la vita di tutti i giorni diventa racconto e poesia. Tra la spensieratezza dell’infanzia e le ombre degli adulti, tra cantieri in costruzione e segreti di famiglia, prende forma il mosaico di un’epoca in cui crescere significava sognare con poco e meravigliarsi di tutto.
Un romanzo che restituisce il sapore di un tempo perduto, fatto di giochi, scoperte e frammenti di magia nascosta nelle pieghe della realtà.
Intervista con l’autore

Bazar 2000 ci porta nelle Marche degli anni Settanta, tra cortili, cantieri e piccoli grandi avvenimenti quotidiani. Quanto il luogo in cui è cresciuto ha contribuito a formare il suo sguardo sul mondo e il suo modo di raccontare le storie?
Certamente molto. Bazar 2000 è un viaggio nella memoria. Una rivisitazione di luoghi e di sensazioni che tornano a respirare attraverso il ricordo. Ciascuno di noi è il risultato del proprio percorso di vita, dove l’ambiente, le persone che incontriamo lungo il cammino e il tessuto socio-culturale che ci circonda, vanno ad influenzare, con buona percentuale, la formazione individuale contribuendo a dare struttura e sostanza alla personalità, al carattere. Una crescita che procede di giorno in giorno e della quale, proprio perché graduale, non se ne ha una reale percezione.
Leggendo il libro si ha la sensazione che memoria, esperienza personale e immaginazione si intreccino continuamente. Come ha lavorato su questi elementi e quanto c’è di lei nel piccolo protagonista che accompagna il lettore lungo queste pagine?
Nel piccolo protagonista c’è molto di me stesso. Indubbiamente scrivere di ciò che si conosce, in particolare di luoghi, persone e situazioni è – onestamente – più semplice. Però credo che ciascuno di noi, nel proprio percorso terreno e nel proprio piccolo, abbia qualcosa da narrare: episodi simpatici, tragicomici, altri seri, profondi nel momento in cui accadono, ma che il tempo, qualche volta, trasforma e mitiga rendendoli aneddoti sui quali – a distanza – ci si può persino ridere sopra. E’ stata questa la formula applicata: combinare questi tre elementi narrativi, aggiungendo un pizzico di coinvolgimento sul piano emozionale.
Uno dei fili conduttori della storia è la meraviglia: quella capacità di guardare il mondo e scoprire qualcosa di straordinario anche nelle cose più semplici. Secondo lei, oggi siamo ancora capaci di meravigliarci? E che cosa significa conservare questo sguardo sulla realtà?
La meraviglia che appartiene di diritto al periodo dell’infanzia, penso sia quanto di più spontaneo e puro si possa ricercare in quel mondo. In quello degli adulti invece, molto più complesso e razionale, non occupa una posizione privilegiata fra le sensazioni. Bisognerebbe forse esercitarsi a riscoprire questa emozione, a praticarla un po’ di più, perché, in fondo, è un qualcosa che tutti noi, chi più chi meno, abbiamo conosciuto nel nostro passato di bambini.
Attraverso i ricordi emerge un tempo in cui si possedeva meno ma forse si immaginava di più. C’è qualcosa di quell’infanzia che sente particolarmente importante trasmettere ai lettori di oggi?
Gli anni ’70, periodo in cui è ambientata la storia, sono certo un tempo distante, ma non poi così remoto. Lo spirito del racconto non vuole essere affatto nostalgico o sostenitore della tesi: “Era meglio quando si stava peggio”. Piuttosto vuole invitare il lettore a gettare lo sguardo indietro, a dare un’occhiata: per chi anagraficamente ha qualche anno in più, attraverso una sorta di amarcord; per i più giovani, invitandoli a curiosare in quello che può essere stato il mondo dell’infanzia dei loro genitori e scoprire che – incredibilmente – anche loro sono stati bambini. La cosa preziosa di quel periodo, che penso abbia valore trasmettere, è il ricordo.
La memoria del passato consente di chiarire od interpretare meglio qualche aspetto del presente o semplicemente permette di collegare frammenti di vita ad una persona, cosa che spesso non si riesce a fare pensando alle generazioni che ci hanno preceduto e delle quali, purtroppo, ci tramandiamo a malapena un nome o conserviamo una foto ingiallita.
Questo è il suo primo romanzo, che cosa ha scoperto di sé durante il percorso verso la pubblicazione e che cosa le ha lasciato questa esperienza, come autore e come persona?
Più che scoperta, si è trattato di una riscoperta, nata dall’esigenza di riannodare “il prima e il dopo”, il passato al presente. Un percorso non sempre semplice dal punto di vista emotivo: attingere da vicende personali, pur se in stile romanzato, non è un’operazione a costo zero. Significa, a volte, destare sensazioni e stati d’animo latenti, trovandosi lì a doverli fronteggiare, a farci i conti… in una sorta di tiro alla fune… ma che ad un certo punto, se ti ritrovi con un manoscritto fra le mani, significa che ha prevalso la cordata che riteneva di volerlo fare.
Se dovesse raccontare il percorso che l’ha portata dalla vita di tutti i giorni alla pubblicazione del suo primo libro, quale sarebbe il capitolo più importante di questa storia?
Credo che la scrittura, come altre nobili Arti, siano espressione degli stati d’animo dell’autore, in un viaggio pervaso da sensazioni mutevoli e spesso contrastanti, che alla fine si traducono un qualcosa di materiale, tangibile; quindi, più che un singolo elemento è l’intero cammino che ha avuto un suo peso specifico in tutto il percorso personale.

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