In un panorama saturo di diete, regole e soluzioni rapide, Via serena (Capponi Editore) si distingue come un invito a rallentare e a cambiare prospettiva. Non l’ennesimo metodo per perdere peso ma un percorso umano e consapevole che parte dall’ascolto di sé.

In questa intervista, la Dottoressa Maria Colomba Di Sarnobiologa nutrizionista con una solida esperienza clinica e una storia personale profondamente intrecciata al tema – ci guida dentro il cuore del suo libro, raccontando come sia possibile uscire dal circolo vizioso di restrizioni e sensi di colpa per costruire un rapporto più gentile e autentico con il cibo. Un dialogo che va oltre l’alimentazione, toccando il modo in cui ci guardiamo, ci giudichiamo e, soprattutto, impariamo a prenderci cura di noi stessi.

    Per me è stato fondamentale, direi trasformativo. Aver vissuto in prima persona un rapporto difficile con il cibo mi ha permesso di riconoscere davvero le emozioni che oggi i miei pazienti mi raccontano: il senso di colpa, la fatica, il desiderio di cambiare. Non è qualcosa che ho solo studiato, ma che ho attraversato. E questo ha reso il mio approccio molto più umano e profondo. Oggi, non guardo solo cosa una persona mangia, ma come si sente, cosa vive, cosa il cibo rappresenta nella sua storia. Perché il cambiamento l’ho imparato su di me, non nasce dal controllo o dal giudizio, ma dalla gentilezza e dall’ascolto. È questo che cerco di portare ogni giorno nel mio lavoro e nel mio libro.

    È vero, spesso si cercano soluzioni rapide, perché viviamo in una cultura che ci ha abituati a questo, ma il punto è che proprio queste soluzioni, nella maggior parte dei casi, non portano a risultati duraturi. Anzi, rischiano di peggiorare il rapporto con il cibo, alimentando senso di fallimento e frustrazione. Quando una persona non riesce a sostenere quelle regole nel tempo, finisce per pensare che il problema sia lei, invece che l’approccio. Per questo accompagnare qualcuno a cambiare prospettiva non significa lasciarlo senza punti di riferimento, ma offrirgliene di nuovi, più solidi e realistici.

    Nel libro tengo molto a chiarire questo punto: la forza di volontà, da sola, non basta. È una componente importante, certo, ma non è ciò che sostiene davvero un cambiamento nel tempo. Spesso ci è stato fatto credere che basti “impegnarsi di più”, ma questo rischia di semplificare qualcosa che in realtà è molto più complesso e profondo. Il cambiamento nasce quando iniziamo a conoscerci davvero: quando ci fermiamo ad ascoltarci, a esplorare i nostri automatismi, a capire cosa c’è dietro certi comportamenti. Entra in gioco il contesto in cui viviamo, le abitudini, le emozioni, le nostre convinzioni. E soprattutto la disponibilità a mettersi in discussione, con apertura e senza giudizio. Nel libro parlo proprio di questo: di un percorso che si basa sulla consapevolezza. Perché è lì che si costruisce uno stile di vita sano, autentico e sostenibile nel tempo.

    Il mondo emotivo ha un peso enorme, spesso molto più grande di quanto immaginiamo. Le nostre scelte alimentari non sono guidate solo dalla fame fisica, ma anche da ciò che proviamo: stress, noia, tristezza, ma anche bisogno di conforto, di pausa, di gratificazione. Il cibo diventa così un linguaggio, un modo per gestire emozioni che a volte facciamo fatica a riconoscere o ad accogliere.

    Nel mio lavoro, vedo spesso che il problema non è “cosa mangiare”, ma “cosa sta succedendo dentro” in quel momento e come le persone rispondono ai loro bisogni. Per questo, nel libro e nel mio operato quotidiano, in studio, do molto spazio alla consapevolezza emotiva: imparare a distinguere i segnali del corpo da quelli delle emozioni è un passaggio fondamentale.

    Spero che chiudendo l’ultima pagina non si senta giudicato, ma compreso. Che provi una sensazione di sollievo, come quando finalmente ci si riconosce in qualcosa e si smette di sentirsi “sbagliati”. Mi piacerebbe che rimanesse una sensazione di apertura, non di pressione: l’idea che non serve fare tutto perfettamente, ma iniziare ad ascoltarsi, con più gentilezza. E soprattutto che nasca una nuova fiducia in sé, nel proprio corpo, nella possibilità di cambiare davvero, senza forzarsi. Se il libro riuscisse a far sentire anche solo una persona un po’ meno sola nel suo percorso, e un po’ più capace di prendersi cura di sé, allora avrebbe già fatto il suo lavoro.


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