Articolo di Maria Laura Zazza

Emmanuel Venet, in Sacro Fuoco, pubblicato da Prehistorica Editore e tradotto dal francese da Alice Lavareda, costruisce il ritratto di una provincia che sembra aver raggiunto una forma peculiare di quiete: non quella della giustizia ma una più sottile e perturbante, propria di chi ha imparato a convivere con il disastro senza sollevare troppo clamore.

Quando il giorno del 15 aprile la cattedrale brucia, accade qualcosa di strutturale: si attiva un bisogno collettivo. E il bisogno è quello di individuare un colpevole. Di fronte al disordine, la comunità non cerca spiegazioni preferisce cercare rapidamente qualcuno su cui far convergere la colpa. Venet tratta questo processo con la calma clinica di chi sa che l’umano davanti al disordine cerca un bersaglio.

In questa comunità immaginaria la calma è solo organizzazione del sospetto, la verità una sostanza da modellare a proprio comodo, un materiale narrativo con cui tenere insieme ciò che altrimenti si sfalderebbe. Serve a costruire versioni del mondo abbastanza credibili da impedire alla realtà di diventare ingestibile.

Il romanzo procede allora come una dissezione antropologica a più voci, dove ogni personaggio è sospettabile di reato. L’immigrato africano è perfettamente adatto al ruolo che la società gli assegna prima ancora di interpellarlo; il figlio di buona famiglia inciampa nella propria rispettabilità; e poi ancora il politico, il tossicodipendente, lo psicologo: una piccola enciclopedia dell’umano in versione moralmente esposta.

Così ogni personaggio è colpevole e innocente ma soprattutto diventa utile. Ed è questa utilità a rivelare la logica profonda del sistema: il sacrificio non necessita di verità ma di funzionalità. La colpa si assegna.

La struttura corale del romanzo diventa un dispositivo epistemologico: non esiste una versione dei fatti bensì una proliferazione di versioni che si contendono il diritto di diventare plausibili. In questa proliferazione si inserisce l’elemento più corrosivo del libro: l’ironia.

Il “sacro fuoco” del titolo diventa principio organizzatore del senso. È proprio qui che il romanzo mostra la sua intelligenza più radicale perché indaga la necessità dell’interpretazione dell’evento.

Sacro Fuoco in fin dei conti è un testo aporetico, lascia aperta la ferita invece di suturarla, e in questa sospensione si rivela la sua intuizione più disturbante e precisa dal punto di vista antropologico: una comunità cerca la verità per rendere l’errore ascrivibile a qualcuno. E se la verità non basta si costruisce una storia, anche a costo di scegliere chi debba bruciare per renderla credibile.


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