Intervista a cura di Maria Laura Zazza

C’è una storia, rimasta a lungo ai margini della memoria, che attraversa oceani, continenti e orizzonti spirituali. È la storia di Suor Ana de Cristo, monaca clarissa, che nel 1620 lasciò la clausura di Toledo per affrontare un viaggio quasi impensabile per una donna del suo tempo: raggiungere le Filippine e fondare il primo monastero di Manila. Accanto a lei altre otto religiose e la carismatica Jerónima de la Fuente, guida mistica e figura straordinaria di questa impresa tutta al femminile.

Nel suo nuovo libro La donna dei tre mondi, pubblicato da Laterza, David Salomoni ricostruisce questa avventura attraverso la cronaca scritta dalla stessa Ana, trasformando una vicenda dimenticata in un grande racconto di viaggio, formazione e scoperta.

Scopriamo così il ritratto di una donna sospesa tra fede e paura, vocazione e spaesamento, costretta a confrontarsi con un mondo vastissimo e ancora in gran parte sconosciuto. Ma il libro è anche molto di più: è un affresco della prima età moderna attraversata da guerre di religione, espansioni coloniali e tensioni spirituali che parlano ancora al presente.

Storico della cultura e della prima età moderna, David Salomoni insegna all’Università per Stranieri di Siena e ha svolto attività di ricerca in istituzioni internazionali di prestigio, dall’Università di Lisbona ad Harvard. I suoi studi si concentrano sui grandi movimenti culturali, religiosi e geografici dell’età moderna, temi già affrontati nei suoi libri dedicati a Magellano, Francis Drake e alle guerriere del Rinascimento.

Con La donna dei tre mondi, Salomoni aggiunge un nuovo tassello a questo percorso di ricerca, riportando alla luce una protagonista femminile capace di parlare con sorprendente forza al lettore contemporaneo.

Di questo viaggio straordinario, delle sue protagoniste e del modo in cui la storia può ancora illuminare il nostro presente, parliamo oggi con David Salomoni.

La storia narrata nel libro La donna dei tre mondi, che vede protagoniste le clarisse Ana de Cristo e Jéronima de la Fuente, è prima di tutto una grande avventura dell’età moderna, quando si allargavano gli orizzonti del mondo, che per la prima volta veniva esplorato e conosciuto, a costo di grandi pericoli, per farlo diventare ciò che conosciamo oggi. Ma è anche una storia al femminile che ci racconta di come anche in tempi “non sospetti”, le donne potessero compiere grandi imprese, che richiedevano coraggio e determinazione, similmente a come tante donne, ancora oggi, devono fare.

La vocazione di Ana, religiosa e umana, è contrastata, è vero, ma non contraddittoria, e si manifesta principalmente nella scelta che dovrà compiere tra il suo amore per un uomo e il suo amore per Dio. Tuttavia, Ana si sarebbe resa conto, ed è qui il punto più importante, che scegliere non avrebbe significato perdere l’uno o l’altro, bensì la possibilità di vivere entrambi quegli amori, benché in modi diversi da quelli immaginati. In altre parole, il percorso di Ana è un percorso verso la libertà attraverso la conoscenza della parte più profonda di sé stessa, che è poi il percorso che deve intraprendere nella vita ognuna e ognuno di noi.

Forse il concetto di emancipazione di genere, così come lo intendiamo oggi, può effettivamente risultare anacronistico, o almeno solo parzialmente sovrapponibile alle motivazioni che spinse quelle donne, nel 1620, ad attraversa due terzi del mondo conosciuto. Ma è senz’altro possibile individuare, nel loro agire, una volontà e una determinazione in grado di sfidare le convenzioni e i margini di azione sociale loro concessi in quell’epoca, e in tal modo, allora, trovare un esempio di coraggio al femminile utile anche nel mondo contemporaneo.

Le fonti sono l’argine essenziale al lavoro di ogni storico, ovviamente, ma in questo caso, pur seguendo, almeno per la parte relativa al viaggio, i limiti imposti dalla documentazione, per una volta ho desiderato dare voce, pensiero, ed emozione alle protagoniste del libro, e per questo si imponeva la forma del romanzo. Dopotutto, anche restituire un’atmosfera e un orizzonte emotivo, psicologico, può essere utile per conoscere e comprendere un periodo storico e l’umanità che lo ha abitato, ricordando che il cuore dell’essere umano è lo stesso attraverso i secoli, con tutte le sue meraviglie e le sue miserie.

Il cuore più autentico della storia risiede nella scelta finale di Ana, che per ovvie ragioni non posso rivelare. In quella decisione è il suo percorso di vita, è in un certo senso anche il mio, di autore. In ogni personaggio vi è una parte di me, e alcuni dialoghi, senza rivelare quali, sono avvenuti realmente. In fondo, il mio desiderio era anche di raccontarmi.


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