Storia, musica e cambiamenti sociali si intrecciano nelle pagine de La cantata del caffè (Diastema editrice, 2025) il romanzo d’esordio con cui Stefano Ghisleri ha conquistato il Premio Letterario Internazionale Charles Dickens. Un riconoscimento che premia un’opera capace di trasformare una rigorosa ricostruzione storica in un racconto avvincente, dove amori, tradizioni e desiderio di riscatto si fondono in una narrazione che non si dimentica.

Ambientato nella Lubecca tra il XVII e il XVIII secolo, La cantata del caffè accompagna il lettore in un intenso intreccio di destini, sullo sfondo di una città animata dalle immortali composizioni di Dietrich Buxtehude e attraversata dal talento di un giovane Johann Sebastian Bach.
Al centro della vicenda si stagliano le figure di Marghareta e Lisetta, donne intelligenti e coraggiose che si scontrano con i rigidi vincoli imposti dalla società del tempo. Attraverso le loro storie, il romanzo racconta anche il difficile equilibrio tra tradizione e innovazione: il caffè, nuova bevanda destinata a cambiare abitudini e mentalità, diventa la metafora di un cambiamento che avanza lentamente, tra resistenze, paure e conflitti generazionali.
Con una scrittura raffinata e una ricostruzione storica di grande respiro, Stefano Ghisleri affronta un tema attuale: lo scontro tra generazioni e il difficile cammino del cambiamento, raccontando un’epoca in cui ogni conquista richiedeva il coraggio di sfidare tradizioni secolari.
Di questo intenso viaggio tra storia, musica e passioni, e del percorso che lo ha portato a conquistare un prestigioso premio internazionale, parliamo oggi con l’autore.
Intervista con Stefano Ghisleri

A volte sono i dettagli a raccontare un’epoca: nel suo libro quel dettaglio è il caffè. In che modo attraverso questa bevanda ha voluto raccontare un’intera società, tra cambiamenti e modernità?
Attraverso il caffè ho voluto raccontare le difficoltà che un gruppo sociale incontra quando in essa viene inserito un elemento estraneo, un elemento di novità. Nella Lubecca di inizio settecento questo elemento è il caffè, ma ogni epoca e ogni luogo hanno vissuto (e stanno vivendo) cambiamenti continui che lasciano traumi e fanno nascere scontri. Lo scontro tra generazioni è il vero tema del romanzo: il fattore scatenante della trama è la lotta tra il vecchio e il nuovo modo di pensare. Il caffè diventa quindi la metafora della fatica del cambiamento che, prima o poi, ci investe tutti.
Marghareta e Lisetta percorrono strade diverse ma sono entrambe chiamate a misurarsi con i limiti imposti alle donne del loro tempo. Che cosa rappresentano queste due figure e in che modo crede che le loro storie continuino a parlare ancora oggi?
Marghareta e Lisetta sono due donne che affrontano il loro tempo in maniera diversa. Lisetta, più giovane, lo sfida a viso aperto; è, in un certo senso, una rivoluzionaria. Marghareta, invece, è più riflessiva e maggiormente propensa all’evoluzione continua piuttosto che alla ribellione spontanea. Vivono, come viviamo tutti noi, in una società che ha regole di vita imposte dalla tradizione, alle quali, però, non tutti sono destinati a ubbidire sentendosi felici. Le loro figure vogliono essere uno spunto di riflessione e un invito a vivere la propria vita con libertà e non necessariamente all’interno delle convenzioni.
Buxtehude e Bach sono figure realmente esistite, consegnate alla Storia attraverso la loro musica e le loro opere. Nel romanzo diventano anche personaggi con una dimensione più intima e umana. Come ha lavorato per dare loro una voce e renderli vivi per il lettore?
Il lavoro che ho dovuto fare per rendere tridimensionali i personaggi di Buxtehude e Bach (ma anche tutti gli altri) è stato quello di cercare di immedesimarmi in loro; non dal punto di vista musicale, ma umano. Studiando usi e costumi dell’epoca ho lavorato molto sul tentare di proiettarmi all’interno del loro mondo, cercando in tutti i modi di sfuggire alla trappola del giudizio. Ho pensato che, come me, erano uomini e, sebbene dotati di un genio sconfinato per la musica, provavano forse gli stessi timori per l’avvenire, gli stessi dubbi che proviamo al giorno d’oggi.
Il suo romanzo offre un viaggio sensoriale in cui musica, aromi, sentimenti si fondono. Quale atmosfera può aspettarsi chi sceglie di entrare nelle pagine de La cantata del caffè?
Chi vorrà leggere il mio romanzo entrerà in un mondo allo stesso tempo estremamente diverso e simile al nostro. È diversa la tecnologia, sono diversi i valori di partenza dei personaggi, è diverso il ritmo di vita; ma la voglia di novità dei giovani e l’interesse per quello che è nuovo che li muove sono validi allora come oggi. Spero che il lettore possa ritrovarsi in una delle due protagoniste, o anche in uno degli anziani più conservatori, e che questo lo porti a riflettere sul mondo.
La cantata del caffè ha raccolto il favore del pubblico e della critica, fino a ottenere un importante riconoscimento. Che cosa ha rappresentato questo risultato nel suo percorso di autore quali nuove idee ha acceso?
La vittoria del Premio Letterario Internazionale Charles Dickens è stata per me una grandissima soddisfazione, soprattutto perché arriva con il primo romanzo che ho pubblicato. La scrittura mi ha accompagnato a fasi alterne fin dai primi anni delle scuole superiori, iniziando dalla poesia. La sfida di scrivere un romanzo all’inizio mi aveva spaventato: riempire duecento pagine non è una cosa facile. Ma passo dopo passo sono riuscito a portarlo a termine; il premio che ho vinto è per me la testimonianza di tutti gli sforzi che ho compiuto e di esser riuscito a completare un lavoro che sembrava impossibile.
Dietro ogni scrittore c’è sempre un grande lettore: quali libri e autori hanno ispirato la sua scrittura? E da musicista in che modo la musica ha contribuito a delineare la sua narrativa?
Sono arrivato alla scrittura attraverso la musica, leggendo i libretti d’opera. Il primo libretto che lessi fu quello de Le nozze di Figaro e da allora il fascino della rima e della metrica non mi ha mai abbandonato. Leggo di tutto, dai grandi classici alla fantascienza. Un autore che considero un faro per la scrittura è Dickens: è grazie a lui e al suo Oliver Twist se mi sono appassionato ai libri. Anche la lettura di D’Annunzio è stata molto importante per me; sebbene il mio stile sia completamente diverso, la sua pulizia e la sua tecnica non possono che essere di ispirazione per uno scrittore italiano.

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.