Nella Milano degli anni Ottanta, tra le vetrine scintillanti di San Babila, i motorini lanciati verso chissà quale futuro e le canzoni che sembravano promettere che la giovinezza sarebbe durata per sempre, Carlo Bianchi vive una stagione della vita in cui tutto appare possibile. Il domani è lontano, quasi un problema degli altri. Peccato che il tempo abbia questa fastidiosa abitudine di presentarsi senza invito e di ricordarci che anche le mode più eterne prima o poi finiscono negli album dei ricordi.

Con una scrittura brillante, leggera e attraversata da una piacevole ironia, Emma Mariani in Generazione Paninaro (GFE, 2026) racconta il viaggio di un uomo che si ritrova a fare i conti con il ragazzo che è stato e con quello che è diventato. Un percorso tra nostalgia, sorrisi e qualche inevitabile domanda esistenziale.

Il romanzo mette in dialogo passato e presente, affrontando temi attuali come la solitudine, la scoperta dei social network, il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, il rapporto spesso complicato tra genitori e figli, e quella comune fragilità che tutti nascondiamo dietro una facciata più sicura di noi.

In questo nuovo romanzo, l’autrice Emma Mariani racconta la nostalgia con affetto e senza lasciarsi ingannare dal suo fascino, perché è bello tornare per un attimo a quando tutto sembrava più semplice ma il rischio è quello di trasformare il passato in un luogo dove rifugiarsi.

Generazione Paninaro accompagna il lettore con il ritmo di una canzone ascoltata al tramonto: fa sognare, fa riflettere e lascia quella sensazione dolceamara di chi si guarda indietro con tenerezza ma continua comunque a camminare verso ciò che deve ancora arrivare.

In Generazione paninaro ci sono persone che hanno creduto, almeno per un attimo, di poter restare per sempre dentro una stagione precisa della vita. Carlo è il cuore del romanzo: ironico, fragile, un po’ fuori tempo e proprio per questo molto umano. I lettori più giovani troveranno in lui il bisogno di essere visti, accettati, riconosciuti. Chi ha vissuto gli anni Ottanta, invece, riconoscerà odori, marchi, musiche, piazze, ma soprattutto quella fame assoluta di appartenenza.

Credo che il confine stia nel movimento. Un ricordo custodito bene ci accompagna, ci ricorda chi siamo stati e magari ci aiuta a capire chi siamo diventati. La nostalgia diventa una prigione quando smettiamo di vivere il presente e cominciamo a usare il passato come rifugio. Carlo deve imparare proprio questo: non rinnegare il ragazzo che è stato ma nemmeno lasciargli guidare tutta la sua vita.

Il bisogno, secondo me, è molto simile: esserci, contare, sentirsi parte di qualcosa. Negli anni Ottanta il centro della scena era fisico: una piazza, un bar, un motorino parcheggiato nel punto giusto, uno sguardo che arrivava davvero. Oggi il centro è più veloce, più esposto, spesso più crudele: puoi essere visto da tutti e sentirti comunque solo. Carlo scopre che la visibilità non coincide per forza con il riconoscimento.

Volevo raccontare un rapporto padre-figlio credibile, quotidiano, fatto più di gesti e battute che di grandi discorsi. Carlo e Luca si vogliono bene ma spesso non sanno come dirselo, e questo li rende molto veri. Luca vede nel padre una fragilità che Carlo cerca di nascondere, mentre Carlo scopre che anche un figlio può diventare uno specchio importante. Mi interessava raccontare proprio questo: l’amore familiare dannatamente imperfetto ma presente, sempre.

Secondo me i ragazzi di oggi potrebbero invidiare soprattutto una cosa: la piazza. Non tanto gli anni Ottanta in sé, che avevano anche conformismi, pose e ossessioni molto forti, ma quel bisogno di uscire di casa, incontrarsi davvero, esporsi agli sguardi degli altri. Oggi hanno strumenti potentissimi, possono essere connessi sempre, eppure spesso mi sembrano più soli, più fragili, più chiusi dentro una visibilità che non diventa compagnia. Degli anni Ottanta terrei quella spinta a esserci fisicamente; lascerei invece sotto il vecchio Moncler l’ansia di appartenenza a tutti i costi.

Mi piacerebbe lasciare un ricordo a chi gli anni Ottanta li ha vissuti davvero, magari facendo riaffiorare un odore, una musica, una piazza, una cabina telefonica, una cassetta infilata in un registratore. A chi invece non ha avuto questa possibilità, vorrei lasciare la curiosità di approfondire un tempo che non era perfetto, ma aveva qualcosa di molto vivo. La modernità ci ha dato tantissimo, però non sempre ci rende più felici o più appagati. Forse dal passato dovremmo sempre portarci dietro qualcosa: un gesto, un’attesa, un modo più vero di stare insieme.


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