Tre donne, una notte d’inverno e un corridoio d’ospedale che diventa il punto d’incontro di destini destinati a intrecciarsi. Nel sui libro d’esordio La parte che resta (Edizioni Clandestine, 2026), Eleonora Megna racconta il momento in cui la vita perde il suo equilibrio e costringe a fare i conti con il cambiamento.
Lisa ha appena interrotto una gravidanza, Stella ha perso l’uomo che amava, Bianca è appena diventata madre: tre esperienze profondamente diverse, accomunate da una trasformazione che segna un prima e un dopo. Attraverso le loro storie, il romanzo esplora il dolore, la resilienza e la forza dei legami inattesi, interrogandosi su ciò che resta quando tutto sembra cambiare.
Ne parliamo con l’autrice Eleonora Megna, life coach certificata ICF, già redattrice televisiva e professionista del teatro.

Buongiorno Eleonora, come Life Coach accompagna le donne nei momenti di cambiamento. Quanto la sua esperienza professionale ha influenzato la scrittura del romanzo e la nascita di Bianca, Stella e Lisa, tre donne chiamate a ridefinire se stesse?
Moltissimo. Nel mio lavoro accompagno donne che attraversano separazioni, lutti, maternità difficili, crisi identitarie e momenti in cui la vita sembra perdere equilibrio. Bianca, Stella e Lisa nascono anche dall’ascolto di queste esperienze e dalle domande che spesso emergono nei percorsi di cambiamento. Attraverso le loro storie ho voluto raccontare cosa accade quando una ferita ci costringe a fermarci, guardarci dentro e ridefinire chi siamo.
Una donna sceglie di interrompere una gravidanza, un’altra diventa madre. Due percorsi diversi ma ugualmente capaci di cambiare un’esistenza. Quale verità voleva esplorare attraverso queste situazioni opposte?
Volevo raccontare che non sono gli eventi in sé a trasformarci, ma il modo in cui li viviamo. Maternità e aborto sono esperienze molto diverse, ma entrambe possono mettere una donna di fronte a domande profonde su identità, colpa, desiderio, perdita e amore. Mi interessava esplorare la complessità emotiva senza giudizi o semplificazioni.
Le sue protagoniste si trovano tutte in un momento in cui la loro identità vacilla. Cosa accade quando non ci si riconosce più?
È un momento doloroso ma può diventare anche un’opportunità. Quando non ci riconosciamo più siamo costretti a lasciare andare vecchie definizioni di noi stessi. È uno spazio incerto, in cui non siamo più quelli di prima ma non sappiamo ancora chi diventeremo. Ed è proprio lì che può iniziare una trasformazione autentica.
Perché secondo lei spesso le donne si sentono in dovere di essere forti anche quando stanno soffrendo?
Perché molte di noi sono cresciute con l’idea che amare significhi prendersi cura degli altri prima che di sé stesse. Così impariamo a resistere, a non chiedere aiuto, a nascondere la fragilità. Ma la vera forza non è trattenere tutto. È avere il coraggio di riconoscere quello che si prova e concedersi di essere umane.
Nel suo lavoro come Life Coach preferisce parlare di resilienza o di vulnerabilità?
Probabilmente di vulnerabilità. Perché spesso la resilienza viene fraintesa e associata all’idea di dover resistere a tutti i costi, sopportare, andare avanti per senso del dovere o di responsabilità. Io credo invece che la vera forza nasca dalla capacità di riconoscere ciò che proviamo e di accoglierlo. La vulnerabilità non è debolezza: è il luogo in cui possiamo essere autentici, chiedere aiuto e iniziare una trasformazione reale. Da lì nasce anche una resilienza più sana e consapevole.
Il titolo suggerisce una riflessione su ciò che rimane dopo una perdita. Che cos’è, per lei, “la parte che resta”?
Per me la parte che resta è quella che sopravvive alla tempesta. È il nucleo più autentico di noi stessi, quello che continua a esistere anche quando la vita ci mette alla prova e tutto sembra andare in frantumi. È la parte che non tradisce i propri valori, la propria essenza, la propria verità più profonda. Non è la parte che non soffre, ma quella che, nonostante il dolore, continua a restare presente, a cercare un senso e a scegliere la vita. Credo che sia proprio lì che risieda la nostra forza più autentica.

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