Nel “Dillortan”, piccolo territorio di frontiera, la popolazione è in rivolta per i soprusi e il mancato rispetto dei trattati sull’autonomia stipulati dopo la guerra. Dopo anni di pressioni politiche rimaste inascoltate, il movimento ribelle SAD, guidato dal misterioso Dominus, dà avvio a una protesta violenta che colpisce un simbolo sacro del potere degli oppressori.
Nel cuore di questa tensione, tra le mura di una locanda storica, nasce l’amore tra Weibi e Gino, due giovani che, al di là delle divisioni etniche, diventano simbolo di conciliazione e rinascita.
Ispirato agli eventi degli anni Sessanta in Alto Adige e agli attentati legati alla questione sudtirolese, il romanzo intreccia realtà e immaginazione in una narrazione che supera il tempo storico, dando vita a una storia universale. I luoghi e i personaggi, volutamente di fantasia, rendono questo racconto accessibile a tutti.
Dillortan è un romanzo storico/ucronico che restituisce l’atmosfera di paura e rivalsa di un popolo mai domo e pone una domanda attuale: quanto è lecito rispondere alla violenza con la violenza? Alla fine, il lettore non faticherà a riconoscere l’identità del fantomatico e inafferrabile Dominus.
Intervista con l’autore Clambagio

Quale è stata la scintilla che ha dato origine a questo suo ultimo romanzo?
In realtà è un romanzo che avevo in mente da tanto tempo. Sicuramente le vicende dei diversi conflitti scoppiati negli ultimi anni in tutto il pianeta hanno accelerato il proposito di scriverlo, un proposito che però si è ispirato alle vicende degli attentati dinamitardi in Alto Adige negli anni Sessanta.
Ha definito Dillortan un romanzo storico/ucronico: ci parli di uesta sua particolare scelta narrativa
L’obiettivo del romanzo non è stato quello di riscrivere la storia per giudicarla, ma usare l’ucronia mischiandola con fatti realmente avvenuti per dare vita a una storia universale che mette in scena una domanda che ci esplode in faccia ogni giorno: ma è lecito rispondere alla violenza con altra violenza?
A volte la violenza paga? è forse la domanda più provocatoria che emerge dal testo: voleva spingere il lettore a condannare la violenza o a interrogarsi sulle condizioni che la rendono possibile?
Lascio al lettore/alla lettrice la risposta. Io non lancio messaggi, pongo solo delle riflessioni.
Dominus è una figura sfuggente e misteriosa: rappresenta un singolo uomo oppure l’identità ferita di un intero popolo che rifiuta di essere cancellato?
Dominus, il misterioso capo dell’insurrezione dillortana che riuscirà a far implodere il potere centrale, è il simbolo di un popolo ferito e oltraggiato, ma mai domo che si rivolta contro gli oppressori e alla fine vince.
In un mondo attraversato dall’odio e dalla vendetta, la giovane Weibi e il coraggioso Gino scelgono di riconoscersi prima come esseri umani che come appartenenti a due comunità opposte: è questo il vero atto rivoluzionario del romanzo?
Sicuro, ed è anche la riprova che l’amore vince su tutto. Peraltro, devo confessarti che Weibi e Gino erano i miei genitori e che i capitoli a loro dedicati sono effettivamente avvenuti.
Perché un giovane lettore di oggi dovrebbe confrontarsi con una storia che parla di appartenenza, oppressione e identità negata?
Perché parla di molte cose: di minoranze etniche oppresse, di voglia di libertà, dell’arroganza del potere, di scaricabarile di responsabilità, dei diversi aspetti umani e caratteriali dei vari protagonisti, di un conflitto che si avvita su sé stesso, di una terra martoriata che alla fine troverà giustizia e benessere, di due giovani che combattono per il loro amore.
Nel corso del tempo, come si è trasformato il suo modo di scrivere e che immagine di autore sente di riconoscere oggi in sé stesso, anche alla luce di un’opera come Dillortan?
Il mio modo di scrivere è rimasto sostanzialmente invariato in tutti questi anni. La mia narrazione è dialogica e scenografica. Amo descrivere i miei protagonisti con brevi pennellate e farli agire in assoluta autonomia.

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