Marco Dalissimo attraversa la notte come uno spazio di confine: un territorio sospeso tra il silenzio e l’alba, tra il dolore e la possibilità di comprenderlo. In Scrivere di notte (Robin Edizioni) il suo primo incontro con la poesia, l’autore costruisce un viaggio interiore che si muove tra le stagioni dell’anima e del mondo, inseguendo domande che non cercano necessariamente una risposta definitiva ma una visione.

Le pagine del libro si addentrano nella solitudine, nella guerra, nella memoria personale e collettiva, esplorando la fragilità dell’essere umano e il tentativo di riconciliarsi con ciò che resta irrisolto. La notte diventa così un luogo mentale e spirituale, “un’ora vicina all’alba eppure ancora distante dal giorno”, in cui la scrittura si trasforma in ascolto, meditazione, ricerca. Non c’è un credo assoluto nelle parole di Dalissimo: Dio coincide piuttosto con la forza della terra, con il mistero della natura e con il dubbio che accompagna ogni esistenza.

Accanto ai grandi interrogativi sul cosmo e sulla sofferenza, emergono però anche gli affetti più concreti e universali: l’amore per i genitori, la tenerezza per il suo piccolo felino, la quotidianità come ultimo rifugio possibile contro il caos. Con una scrittura musicale, intensa e visionaria, Marco Dalissimo è uno scrittore impegnato senza fine nella comprensione dell’animo umano.

In questa intervista parleremo con lui del rapporto tra notte e creazione, della forza delle immagini interiori e del bisogno di trasformare il dolore in parola.

Nello spazio che intercorre tra l’abisso notturno e la luce che sta per nascere noi viviamo in sospensione, siamo totalmente assenti dal nostro esistere. Le stimolazioni nervose sono attivissime e le fasi Rem si susseguono soprattutto tra le 3 e le 5 del mattino.

Viviamo dunque emozioni parallele alla veglia, ma nonostante gli studi fatti in materia da esperti, quella parte del sonno è stata la musa di questo lavoro. Le visioni oniriche sembrano non aver nessun senso compiuto, ma solo in apparenza, in quanto ci svelano l’oscurità assorbita dai nostri quesiti quotidiani, il sogno cancella le nostre censure, spesso restano arcani da spiegare, e sovente ci diamo risposte incerte. “Scrivere di notte” è per me il tempo che il giorno avrebbe potuto rubarmi.

La scrittura è sempre lo strumento per elaborare le mie esperienze personali, ma non solo. Partendo da quelle, nei miei precedenti lavori ho sviluppato storie immaginarie che sono probabilmente le mie preferite e in questa silloge di poetiche ho voluto dare una materia assoluta alle mie ispirazioni. Gli interrogativi che il lettore ci trova sono il punto immaginario tra me e l’altro, l’altra persona.

Sì, ho cercato ad ogni costo di porre interrogativi che non possono essere solo miei, la mia speranza e quella di ricevere un giorno risposte diverse da quelle che credo di essermi dato inconsciamente.

Come avrei potuto eludere l’amore per i miei cari e per gli animali che amo come persone? (noi siamo animali, non possiamo dimenticarlo, ci definiamo persone per la forma mentis che il mondo nel corso di millenni ci ha assegnato) Queste presenze che nutrono la nostra vita affettiva credo siano il seme della poesia, basta guardare ai grandi letterati, anche i più enigmatici come ad esempio Borges. Il gatto è da sempre descritto, cantato, anche nella narrativa, e nessuno come il mio felino ha saputo consolidare le mie astrazioni.

L’esigenza è quella di ritornare al mio fuoco centrale, i sentimenti. Le rose di mia madre, il suo giardino, gli anni mostrati dalle sue mani. Durante la revisione ho eliminato l’esperienza dolorosa della morte di mio padre, una scelta difficile questa, che non ho voluto condividere, ma tenere nel mio cuore.

Vorrei che il lettore possa viaggiare tra diverse descrizioni come in “Regina Viarum” o come in “Paganesimo” e ancora come in “Soriana” , sono quelle parti lucenti dove abbandono i miei dubbi e lascio vivere le mie passioni , come quella per il mondo classico e per Roma Antica, che sono soltanto abbozzate, sono brevi pennellate, è vero, mentre  narro con decisone anche dell’Amore relazionale come in “Vento”, dove restituisco  alla persona  che amo quella luce che sa cambiare una vita, anche se talvolta, solo per poco. Vorrei che questo chiarore diventasse visibile!

Direi bellissimo, il mio desiderio più forte, più voluto. Poter trasformare le parole in forma scenica. Credo di aver potuto “esistere” da autore come non mai, la musica e le luci sanno mostrare tutto delle mie intenzioni e forse svelano anche l’imprevedibile. Tutto il cast si è mosso nelle mie pagine e con grande emozione (fortissima quella vissuta la prima volta al teatro Tordinona, centro storico della città) ho deciso anche di cantare con un attore, “L’Ombra”, che è la materializzazione della mia psiche. Umanamente il teatro trasfigura la mia innata timidezza lasciando spazio anche all’improvvisazione nel rispondere al relatore. Questo rende più delizioso tutto. L’emozione è dominante e devi gestirla con razionalità, questo per me è un magnifico esercizio!


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