C’è una casa con la porta sempre aperta, una nonna silenziosa dai gesti austeri, un nonno teatrante capace di declamare versi d’amore come fossero preghiere laiche. C’è una famiglia nomade, fatta di palcoscenici, treni notturni, passioni furiose e legami indissolubili. C’è una perdita improvvisa che spezza il tempo in un prima e un dopo, lasciando un vuoto che nessuno insegna a colmare. E poi c’è un Hospice, corridoi silenziosi, stanze dove la vita si assottiglia e diventa essenziale. È lì che la memoria ritorna, che le radici parlano, che la morte smette di essere solo paura e diventa comprensione.
In queste pagine intime e luminose, l’autrice ricostruisce la storia della propria famiglia – tra amore, violenza, arte e lutto – per scoprire che le origini non si possono cancellare: vivono nei gesti che ripetiamo, nelle scelte che facciamo, nel modo in cui impariamo a restare accanto a chi soffre.
Un romanzo autobiografico sulla memoria, sulla perdita e sulla cura. Perché ciò che siamo nasce sempre da chi ci ha preceduto.

Intervista con l’autrice
Vita di strada racconta una storia personale. Che cosa si prova a trasformare i propri ricordi di famiglia in qualcosa che appartiene anche ai lettori?
C’è stato qualcosa che è scattato in me una sera qualunque: dopocena, parlando con mio marito, gli raccontavo di mio nonno Miriel, che purtroppo lui non ha avuto l’onore di conoscere. Ci capita spesso di parlare dei nostri nonni, e ho riflettuto su quello che io volevo trasmettere: tutta quell’emozione non può andare persa nei meandri della nostra routine, dovevo dare un volto a quelle splendide persone che sono state. Io sono entusiasta all’idea di far conoscere concretamente la loro vita attraverso le mie parole.
Raccontando la sua infanzia, fatta di viaggi, teatro e vita in movimento, quanto della bambina che è stata riconosce oggi nella donna e nella professionista che è diventata?
Ho vissuto un’infanzia felice, con una famiglia incredibilmente comunicativa, e questo mi ha aiutata a diventare la persona che sono oggi: ricordo quando ero bambina e andavo a trovarli in quella carovana viaggiante, i miei nonni e i miei zii attorno al tavolo, il tempo che si fermava d’improvviso quando mio nonno iniziava a declamare una poesia e tutti lo ascoltavamo con ammirazione profonda. Quella tenace apertura mentale, al di là del conformismo e del pregiudizio, mi ha formato più di qualsiasi altra scuola. La strada è stata per me una scuola di Vita.
Quando perdiamo qualcuno, può capitare che un oggetto, un luogo o un ricordo acquisti un significato completamente nuovo. Quali temi ha voluto toccare con il racconto Mio fratello dedicato alla perdita prematura di Ilyusha?
Sono cresciuta con una madre forte ed autorevole, col tempo poi sono emerse mano a mano tutte le sue fragilità. Ancora oggi raccolgo i pezzi di quelle antiche ferite: in Mio fratello a raccontare è lei, in prima persona. È un dono per lei, un modo per dirle: io ci sono, lo so cosa pensi, cosa provi! Io sono stata lei mentre scrivevo: ho sofferto, ho pianto, ma ho anche riflettuto sul presente, su ciò che la vita le ha donato dopo averle tolto suo fratello. I temi sono la sofferenza radicata dentro di lei, ma anche la speranza guardando le nipoti crescere, al futuro che verrà.
Nel racconto Le origini è tornata alle storie dei nonni, alle radici della famiglia. Che cosa perdiamo quando smettiamo di ascoltare la voce di chi è venuto prima di noi?
Perdiamo la nostra identità. Il senso di appartenenza, quelle radici che ci tengono saldamente ancorati alla terra sono la nostra sicurezza, il nostro codice a barre. Rivangare i ricordi emana malinconia, ma anche consapevolezza: che tutto scorre, e dobbiamo goderci le persone che abbiamo vicino a noi, sederci davanti a una bella tavola o a un camino e raccontarci. È l’unico modo per restare fedeli a ciò che siamo diventati oggi: ebbene sì, si può vivere anche senza i cellulari per una serata, possiamo tornare a guardarci negli occhi e a dare voce a chi non c’è più.
Nel libro l’Hospice appare come un luogo di cura autentica in cui si continua a vivere, a parlare, ad amare e a essere famiglia. Anche attraverso la sua esperienza, quale idea di Hospice vorrebbe trasmettere a chi non ne ha mai conosciuto la realtà?
Le cure palliative mi hanno spalancato le braccia, ancora oggi c’è chi mi dice: “Come fai a lavorare lì dentro! Io non lo farei mai!”. Io lì dentro ho trovato la mia strada, perché lì posso ascoltare le persone e sentirmi in pace con me stessa quando riesco a dare loro conforto, ad alleviare almeno in parte quella sofferenza. In hospice i pazienti e i familiari non sono soli nel baratro: stiamo insieme tantissime ore in quei corridoi, su quelle poltrone rosse, nelle stanze. Loro hanno bisogno di qualcuno che stia lì non solo a metter su una flebo, ma che si sieda accanto a loro.
Qual è il messaggio più importante che vorrebbe rimanesse nel lettore dopo aver chiuso il libro?
Vorrei che il lettore riflettesse sulle domande che mi sono posta anche io: da dove veniamo? Cosa ci portiamo dentro? Cosa lasciamo a chi verrà dopo di noi? Che andasse oltre il pregiudizio, che riscoprisse l’amore e quel legame profondo con le proprie origini e che, alla fine, dopo quel dolore universale del lutto riuscisse a respirare a pieni polmoni, come quando al mare riemergi dall’acqua e punti lo sguardo verso il sole accecante. Ed è proprio lì che senti di essere vivo.
Bigrafia dell’autrice
Sandy Medioli è nata e cresciuta a Sezze, in provincia di Latina. Vive a Rivalta di Torino con il marito Francesco e la figlia Sara. Di formazione infermiera, con un master in Cure Palliative e Terapia del Dolore, lavora in hospice presso l’Istituto IRCC di Candiolo. Ogni giorno, accanto ai suoi pazienti, ha imparato che le storie hanno un valore profondo: non sono solo i fatti a contare, ma il significato che portiamo dentro. Vita di strada nasce da una promessa fatta ai suoi nonni: scrivere la loro storia, perché restassero le loro voci e le radici da cui veniamo.

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.