Mai come oggi abbiamo avuto così tante possibilità di acquisto, eppure proprio questa abbondanza infinita ci paralizza, ci confonde, ci rende incapaci di scegliere con serenità. Nel mondo della moda, dove tutto sembra essere di tendenza perché nulla lo è veramente, il consumatore si trova smarrito di fronte a un’offerta sconfinata che invece di liberarlo finisce per opprimerlo, mentre i negozi indipendenti lottano per sopravvivere in un mercato dominato da e-commerce e grandi catene.
Simona Macca, forte di una carriera trentennale nella moda e della sua esperienza quotidiana in QVC, ha scritto Tra algoritmo e stile (Capponi Editore, 2026) per restituire senso e dignità all’atto dell’acquisto, trasformandolo da gesto compulsivo in momento di scoperta personale.
Con lucidità e passione, accompagna il lettore attraverso un percorso che dalla crisi del fashion system arriva a una nuova visione del commercio, dove il negozio indipendente diventa luogo di relazione autentica, di consulenza personalizzata, di esperienza memorabile.
Al centro di questa rivoluzione sta il fashion advisor, figura capace di guidare il cliente fuori dalla comfort zone, di aiutarlo a costruire uno stile personale che resista alle mode effimere. Attraverso l’integrazione tra fisico e digitale, la scelta coraggiosa del less is more e l’impegno verso una sostenibilità autentica, il negozio del futuro può tornare punto di riferimento insostituibile nella comunità.

Intervista con l’autrice
Tra algoritmo e stile. Che cosa c’è oggi fra l’algoritmo che ci suggerisce cosa comprare e la possibilità di costruire davvero uno stile personale?
Tra l’algoritmo e la costruzione di uno stile personale c’è, prima di tutto, la conoscenza di sé. Significa fare scelte precise, senza lasciare che l’algoritmo condizioni eccessivamente la nostra personalità e il nostro modo di vestire. Occorre cercare punti vendita e luoghi capaci di offrire prodotti realmente adatti al nostro fisico, al nostro lavoro e alle nostre esigenze personali. È un percorso forse meno veloce e immediato, ma nel tempo è quello che ci permette di costruire uno stile autentico e riconoscibile.
Dopo trent’anni nel settore, che cosa continua ad appassionarla della moda e del settore vendite e che cosa invece la delude?
Dopo trent’anni continuo ad amare la moda perché è una straordinaria espressione del cambiamento sociale: osservandola possiamo comprendere molto del momento storico che viviamo. Mi appassionano la sua creatività, le sue trasformazioni e la capacità che ancora possiede di migliorare l’umore e farci sentire bene nella nostra pelle. Mi delude, invece, un sistema che ha spesso esasperato il valore economico a discapito di quello percepito, soprattutto nel lusso. E mi preoccupano le conseguenze: la chiusura di tanti negozi e il conseguente impoverimento sociale e urbano delle nostre città.
Nel libro parla di un sistema che sembra aver perso il proprio equilibrio. Qual è, secondo lei, il problema più profondo del fashion system contemporaneo?
Il problema più profondo del fashion system contemporaneo è non aver ancora trovato un vero equilibrio nella multicanalità. La possibilità di integrare negozio fisico e digitale rappresenta un grande vantaggio e sarà sempre più importante in futuro, ma molti operatori non hanno saputo adeguarsi a questo nuovo modo di vendere. Ciò ha penalizzato fortemente la distribuzione tradizionale. A questo si aggiunge la proliferazione di innumerevoli tendenze: un eccesso di proposte che, anziché ampliare la libertà di scelta, finisce per destabilizzare il consumatore, generando confusione e paralisi decisionale.
Il Fashion advisor chi è esattamente e quali sono i primi passi per diventarlo?
Il fashion advisor è, a mio avviso, il commerciante del futuro. Il primo passo per diventarlo è avere l’umiltà di mettersi in discussione, facendo tabula rasa di quelle convinzioni limitanti che hanno frenato l’evoluzione dei negozi negli ultimi anni. Occorre reinventare il proprio ruolo e acquisire competenze nuove, non soltanto legate al prodotto, ma anche alla relazione, all’ascolto e alla consulenza. Oggi il cliente è mediamente molto più informato: per offrirgli un autentico valore aggiunto servono, quindi, capacità professionali di livello superiore.
Lei propone il principio del “less is more”, ma come si convince un consumatore abituato all’abbondanza che avere meno può significare avere di più?
Il principio del less is more va consigliato, ma soprattutto dimostrato nel tempo attraverso la relazione con il cliente. Significa acquistare meno e meglio, scegliendo non soltanto un prodotto, ma anche l’esperienza, la competenza e la consulenza offerte da un punto di riferimento affidabile. Non è semplice, perché siamo continuamente esposti a innumerevoli proposte. Tuttavia, sempre più persone comprendono che scegliere in base a qualità e valori precisi permette anche di risparmiare: si acquistano capi che costruiscono davvero il proprio stile, anziché prodotti destinati a rivelarsi una spesa inutile.
Perché dovrebbe entrare in un negozio fisico un consumatore che oggi può acquistare praticamente qualsiasi cosa dal divano di casa?
Entrare in un negozio fisico non significa rinunciare alla comodità di acquistare dal divano, ma integrare le due esperienze. Un negozio di fiducia offre consulenza, accoglienza e calore umano, aiutandoci a comprendere meglio ciò che acquistiamo e chi ce lo propone. Una volta costruita questa relazione, potremo continuare a comprare dallo stesso negozio anche online, con maggiore consapevolezza e fiducia. I due canali, quindi, non si escludono, ma si rafforzano a vicenda. Perché l’esperienza umana e la qualità della consulenza sono ciò che nessun algoritmo potrà mai offrirci davvero.
Qual è la cosa più importante che vorrebbe che il lettore cambiasse nel proprio modo di acquistare dopo aver letto “Tra algoritmo e stile”?
Mi piacerebbe che il lettore diventasse più consapevole del proprio modo di acquistare, riscoprendo anche il valore dei negozi fisici e prestando maggiore attenzione alla qualità. Ogni nuova tendenza dovrebbe essere valutata chiedendosi se risponde davvero alle nostre esigenze e se può integrarsi nel nostro stile personale. Solo così possiamo acquistare meno e meglio, risparmiare denaro ed evitare capi destinati a rimanere inutilizzati. È una scelta importante anche per ridurre gli sprechi e l’impatto ambientale di un settore tra i più inquinanti.
Scopri Tra algoritmo e stile di Simona Macca su:
Biografia dell’autrice
Simona Macca è fashion designer, consulente di stile ed esperta di vendite nel settore dell’abbigliamento. Da oltre trent’anni si occupa di moda, lavorando come designer per importanti aziende del Made in Italy e successivamente come consulente freelance di moda e stile. Ha girato il mondo esplorando le realtà della moda internazionale e collaborando con numerose aziende come stilista e product manager.
Per dieci anni titolare di un negozio di abbigliamento e calzature per bambini, ha vissuto da vicino le complesse dinamiche della gestione di un punto vendita indipendente: dalla ricerca dei marchi alla creazione dell’identità di negozio, fino al rapporto diretto con la clientela.
Attraverso il progetto “Un ago in un pagliaio” ha costruito un linguaggio personale fatto di ricerca, attenzione al dettaglio e saper fare italiano, affermandosi come voce autorevole nel panorama della moda indipendente.
Oggi mette a disposizione le competenze maturate in tanti anni di esperienza lavorando come expert e guest per QVC, la piattaforma televisiva e digitale leader nello shopping interattivo.

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.