Nel cuore di un luogo di mare, Cosimo abbandona l’insegnamento per aprire un bistrot. Ma il suo non è solo un locale: è un rifugio dove le storie si intrecciano, i silenzi trovano voce e le fragilità non restano nascoste. Tra amici di sempre, clienti occasionali e presenze misteriose, Il Bistrot dei destini incrociati diventa un crocevia di vite, segreti, desideri, amori che spaventano e altri che tornano a bussare. Mentre Cosimo si confronta con le ombre del passato, i legami familiari e le assenze che ancora chiedono ascolto, scopre che anche il dolore può essere accolto e forse trasformato.

Benvenuta Antonella, come nasce Il bistrot dei destini incrociati e quale emozione accompagna questo suo romanzo d’esordio?
Il mio romanzo nasce dall’esigenza di mettere sulla carta il mio vissuto: emozioni ed esperienze che avevano lasciato una traccia dentro di me. La scrittura è diventata un momento profondamente catartico, il mezzo attraverso cui ho potuto metabolizzare molti avvenimenti e imparare a guardare avanti. Così è nato Il bistrot dei destini incrociati: dalla necessità di raccontare e dal desiderio di trasformare la realtà in qualcosa di nuovo. I personaggi sono diventati uno spazio libero in cui far confluire emozioni, ricordi e possibilità — un viaggio personale che, pagina dopo pagina, si è trasformato in una storia da condividere con i lettori.
Il bistrot è un vero e proprio luogo dell’anima dove le persone arrivano con ciò che non riescono a raccontare. Che cosa rappresenta questo spazio?
Ho sempre sognato di avere un luogo così: caldo, profumato, dove incontrarsi per mangiare e bere fosse solo un pretesto per raccontarsi e ascoltarsi davvero. Sognare non costa niente, così ho costruito il mio bistrot e l’ho popolato con i personaggi che avrei voluto incontrare tra quei tavoli. Ognuno di loro porta con sé piccole grandi ferite, che lì dentro fanno un po’ meno male perché in quello spazio si trova, finalmente, il coraggio di condividerle.
Sarà il profumo di buono che si respira appena si entra, sarà Argo, il gatto grigio addormentato sulla libreria, o l’accoglienza di chi quel posto l’ha creato per curare, prima di ogni altra cosa, le proprie ferite.
Cosimo il protagonista passa gran parte della giornata a ascoltare gli altri ma qual è la cosa che, più di tutte, avrebbe bisogno che qualcuno ascoltasse di lui?
Cosimo porta una ferita silenziosa, sotto la superficie. Ha lasciato l’amata professione di insegnante di lettere perché, dopo un evento tragico, non riesce più a stare in aula e quel dolore l’ha allontanato dalla donna che ama, perché troppo grande per essere condiviso.
Ascolta tutti ma raramente parla di sé: a volte si ferma un attimo dietro il bancone, lo sguardo perso che guarda lontano. Probabilmente vorrebbe solo che qualcuno gli desse il permesso di piangere. Forse solo Argo, adagiato sulla libreria, coglie il rumore di quel silenzio.
Che tipo di personaggi incontreranno i lettori entrando nel bistrot e quali messaggi custodiscono le loro storie?
Nel bistrot incontriamo i personaggi che fanno parte del mondo di Cosimo: i nipoti gemelli Lorenzo e Giuliano, identici nell’aspetto ma opposti nel carattere, alla ricerca del loro posto nel mondo. Ci sono gli ex alunni che non lo hanno dimenticato, gli amici di sempre e suo fratello Piero, che vive un momento di fragilità. Sono persone diverse, ma accomunate da qualcosa di profondamente umano. Ognuno porta con sé segreti, desideri, vittorie e sconfitte. Le loro storie parlano di fragilità, cambiamento e speranza.
E, in fondo, assomigliano alle nostre nel grande e imprevedibile gioco della vita.
Nel libro si legge di solitudine, fragilità, memoria, famiglia, assenze e desiderio di ricominciare. Qual è il tema che sente più vicino e che più di tutti voleva trasmettere al lettore?
Sono tutte tematiche importanti per me, ma se devo sceglierne una direi soprattutto la fragilità. Siamo tutti fragili, ma in questo mondo di finti eroi nessuno vuole mostrare questo lato di sé. E così rischiamo di essere infelici e di farci molto male.
Ho cercato di dimostrare, attraverso i miei personaggi, che la fragilità non ha età e non è sinonimo di debolezza.
Al contrario, quando riusciamo a guardarla in faccia e ad accettarla, può diventare una risorsa. Può essere la nostra leva per conoscerci meglio e farci diventare persone più consapevoli e, forse, migliori.
Quanto ha influenzato la sua scrittura essere insegnante a contatto ogni giorno con parole e giovani lettori? E dopo questo esordio che tipo di voce narrativa sta prendendo forma dalla sua scrittura?
La mia scrittura è permeata da richiami classici: il mio lavoro mi permette di trasmettere ai miei studenti la potenza delle parole di chi ci ha preceduto. La grande letteratura che amo mi ha insegnato il rispetto per la parola, ma scrivere il primo romanzo è stato anche un atto di coraggio: avevo il timore di non essere all’altezza di quella tradizione. Oggi quella paura si sta trasformando in consapevolezza e libertà: sta prendendo forma in me una voce narrativa personale, capace di intrecciare cultura, emozioni e vita quotidiana. E il Bistrot mi sta insegnando una cosa soprattutto: la parola, quando diventa davvero propria, può ancora possedere una magia straordinaria.
ANTONELLA SACCONI è insegnante di italiano e latino. Laureata in Archeologia greca, coltiva da sempre la passione per la letteratura e la fotografia, cercando nella memoria e nei dettagli della vita la materia delle sue storie. “Il bistrot dei destini incrociati”, suo romanzo d’esordio, intreccia memoria e fragilità affettive in un confronto vivo e attuale con la tradizione letteraria.

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