Milano osserva. Lei resta. Lui no. Se hai mai tenuto aperta una porta che nessuno attraversava. Se hai aspettato un messaggio che sapevi non sarebbe arrivato. Se ti sei seduta su una panchina a Milano chiedendoti quanto pesa restare quando chi ami ha già scelto di andare. Allora forse questo libro ti assomiglia.

Restare è un verbo silenzioso (Carthago Edizioni, 2026) di Marika Sangalli è un romanzo di attese e ritorni mancati. Di amori che insegnano più nella loro assenza che nella loro presenza. Di panchine, rose rosse e Negroni mezzi pieni. Di voci che tremano ma continuano a sperare. E del coraggio fragile di scegliere, finalmente, se restare o lasciar andare.

Restare è un verbo silenzioso è un titolo evocativo che richiama subito la sensibilità del lettore: com’è nata l’idea di questo primo romanzo?

Questo romanzo nasce da un’emozione e da una domanda: che cosa resta quando l’amore se ne va? Perchè una persona puo allontanarsi da noi, ma i ricordi, le promesse, e le frasi dette non se ne vanno automaticamente, ci fanno compagnia e rimangono ad abitare i nostri pensieri. Ecco con questo romanzo ho voluto raccontare proprio quella parte li: quella che resta, anche quando qualcuno non c’è piu.

Chi è la protagonista Ginevra, quali sono i tratti della sua personalità che hai voluto mettere in luce e in cosa pensi che il lettore possa riconoscersi?

Ginevra è una donna forte, testarda, romantica e sognatrice.  Ha sempre creduto nell’amore, anche se la vita non è sempre stata gentile con lei. Nonostante tutto, non ha mai smesso di credere che se avesse dato tanto, avrebbe trovato qualcuno capace di restare. E qui convivono la sua forza e la sua fragilità. Ginevra è forte in tante cose, ma quando ama si espone completamente. Credo che i lettori possano riconoscersi proprio in questo suo modo di amare: ama tanto e continua a cercare un amore capace di amarla davvero, e restare

Ginevra vive una relazione fatta di presenze intermittenti e silenzi, sembra associare il restare all’attesa paziente di qualcuno. Nel corso della storia però il significato cambia. Cosa accade quando restare smette di essere una forma di dipendenza e si trasforma in uno spazio interiore di consapevolezza?

Ad un certo punto Ginevra capisce che restare non significa aspettare qualcuno, o un messaggio che forse non arriverà mai, o una promessa che non verrà mantenuta. E paradossalmente lo capisce proprio mentre sta aspettando. In quell’attesa impara a non perdersi, a non mettere più se stessa da parte, e piano piano ricomincia a volersi bene. Il significato di “restare” cambia: non è più restare per qualcuno, ma imparare a restare con se stessa.

Milano è una vera geografia emotiva che accompagna i sentimenti della protagonista. Che ruolo hai dato all’ambientazione e quale atmosfera può aspettarsi il lettore?

Ho scelto Milano perchè è una città che conosco e che ho vissuto. Se avessi ambientato il    romanzo, ad esempio a Roma, avrei dovuto in parte immaginarla, a Milano invece so perfettamente dove mandare Ginevra quando sta bene, e dove farla sedere mentre soffre. Ci sono luoghi che diventano punti di riferimento nella storia, come la panchina dei Giardini di via Palestro. Mi piace pensare che mentre la vita di Ginevra scorre e cambia, quella panchina rimanga li. In fondo anche lei a modo suo, resta.

Questo è il tuo romanzo d’esordio nel quale hai scelto di unire intensità emotiva e ironia. Cosa racconta, di te come autrice, questa scelta?

Ginevra ti risponderebbe: Meno male che mi ha dato l’ironia, perchè altrimenti a pagina 72 mi sarei buttata direttamente nel Naviglio!

Scherzi a parte… credo che l’ironia serva ad alleggerire proprio quei momenti della vita che, altrimenti, sarebbero molto drammatici e pesanti, senza però togliere importanza. Ed è anche il mio modo di raccontare: posso parlare di qualcosa che fa molto male e, un attimo dopo, trovare comunque lo spazio per sorriderne.

Quale messaggio vorresti che il lettore portasse con sé? E se dovessi cogliere il cuore di Restare è un verbo silenzioso attraverso tre aggettivi quali sceglieresti?

Vorrei che chi si riconoscesse in Ginevra capisse che si può aspettare qualcuno senza perdersi. Perchè a volte, mentre aspettiamo che qualcuno torni, che arrivi un messaggio o che una promessa venga mantenuta, mettiamo la nostra vita in pausa.

Il cuore del romanzo è proprio questo, non dirci che dobbiamo smettere di amare o di aspettare, ma ricordarci di non abbandonare noi stesse mentre lo facciamo. Perchè restare significa anche rimanere dalla nostra parte.

Se dovessi descrivere il romanzo con 3 aggettivi sceglierei: emotivo, ironico, imperfetto. Perchè sono imperfetti i suoi personaggi, lo sono le relazioni che vivono, e in fondo lo siamo tuttiquando si tratta di sentimenti.


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