A trent’anni Nina abita ancora con i genitori. Desidera trovare la sua indipendenza ma glielo impediscono l’insicurezza e la difficoltà a fidarsi degli altri. La parola amicizia per lei ha perso significato da molto tempo. Lavora in un call center dai turni massacranti, ma il suo sogno è fare la giornalista e, dopo il lavoro, collabora con un giornale locale.
A stravolgere tutto è la chiamata, una sera, del caporedattore: deve occuparsi di un tentato suicidio, dopo atti di cyberbullismo, della studentessa Beatrice che Nina scoprirà, poi, essere la figlia della sua ex migliore amica Sara che non vede dall’estate della maturità.
Questo fatto la porta a ripercorrere, in un viaggio a ritroso, la sua adolescenza, tra vita scolastica vissuta in simbiosi con l’amica Sara, il bullismo nei suoi confronti di alcune compagne di scuola, la passione delle due inseparabili amiche per le canzoni di Max Pezzali, i loro sogni, l’ansia per l’esame di maturità.
All’improvviso, però il rapporto delle due amiche, stabilito fin dalla prima elementare, inizia a incrinarsi fino alla completa rottura, quando Nina scopre che l’autrice di una email, in cui la si invita a suicidarsi, è proprio Sara.
Saranno la comprensione di Nina del dramma vissuto da Beatrice e il rapporto che stabilisce con lei che ridaranno a Nina la capacità di credere in una rinascita e le permetteranno di riavvicinarsi a Sara, in un rapporto più maturo.
Intervista con l’autrice

Come nasce Quel 14 novembre e chi sono Nina, Sara e Beatrice, tre donne così diverse ma accomunate dalle proprie fragilità; e quale viaggio vuoi far compiere al lettore attraverso le loro storie?
Quel 14 novembre nasce dal bisogno di dare voce a fragilità che spesso restano nascoste. Nina, Sara e Beatrice sono diverse, ma portano dentro ferite che le avvicinano. Sono donne che cercano un posto in cui sentirsi viste e finalmente comprese.
Attraverso loro racconto il dolore, ma anche la possibilità di rinascere.
Vorrei che il lettore entrasse nelle loro storie senza giudicarle.
E ne uscisse con una domanda: quanto sappiamo davvero degli altri?
Nel romanzo l’amicizia è insieme rifugio e ferita, quale idea di questo legame, così necessario e così fragile, hai voluto raccontare?
L’amicizia può essere casa, ma anche il luogo in cui una ferita fa più male. Ci affidiamo agli amici perché con loro possiamo essere davvero noi stessi. Ed è proprio questa fiducia a renderci più vulnerabili. Nel romanzo racconto un legame imperfetto, fatto di presenza, errori e perdono. Perché l’amicizia autentica non chiede perfezione, ma verità. E qualche volta, essere salvati significa semplicemente non essere lasciati soli.
Bullismo e cyberbullismo sono ferite del nostro tempo: quale messaggio hai affidato alla storia di Nina, Sara e Beatrice?
Il bullismo lascia segni che non sempre si vedono, ma che possono durare a lungo. Il cyberbullismo, poi, porta quelle ferite dentro spazi da cui è difficile fuggire. Con Nina, Sara e Beatrice ho voluto raccontare soprattutto il peso del silenzio.
Una parola può distruggere, ma anche una parola può diventare una mano tesa. Per questo credo nell’ascolto, nella responsabilità e nel coraggio di intervenire.
Nessuno dovrebbe sentirsi invisibile proprio quando avrebbe più bisogno di essere visto.
Che cosa vorresti che il lettore portasse con sé dopo aver chiuso Quel 14 novembre e, più in generale, dopo aver incontrato la tua scrittura?
Vorrei che, chiuso il libro, qualcosa restasse: un’emozione, una domanda, forse un ricordo. Mi piacerebbe che il lettore guardasse con più attenzione le fragilità che incontra.
Perché spesso non conosciamo le battaglie che una persona sta combattendo in silenzio. La scrittura per me è un modo per avvicinare mondi che sembrano lontani. Se una mia storia riesce a far sentire qualcuno meno solo ha già trovato il suo senso.
Il resto lo fanno le pagine, quando smettono di appartenere a chi le ha scritte.
Sei giornalista nella vita e scrittrice: quanto il mestiere del raccontare la realtà influenza la tua narrativa e quanto, invece, la scrittura cambia il tuo sguardo sul mondo?
Il giornalismo mi ha insegnato a osservare ciò che accade e, soprattutto, ad ascoltare le persone. La narrativa mi permette di entrare più profondamente nelle loro emozioni.
Sono due sguardi diversi, ma entrambi partono dalla realtà.
Uno cerca i fatti, l’altro cerca ciò che quei fatti lasciano dentro di noi. Insieme mi hanno insegnato a non fermarmi mai alla superficie. Perché dietro ogni storia c’è sempre qualcuno che merita di essere ascoltato.
Per chiudere con una curiosità più personale, quando la pagina rimane bianca e la storia sembra non voler arrivare, dove vai a cercare le parole?
Quando le parole non arrivano, provo a non rincorrerle. Lascio che siano la vita, i ricordi e le emozioni a riportarmele incontro.
A volte basta una frase ascoltata per caso o uno sguardo per riaccendere una storia. Credo che la pagina bianca non sia vuoto, ma silenzio. E nel silenzio, spesso, qualcosa sta già prendendo forma. Bisogna solo avere la pazienza di aspettare che trovi la sua voce.
Informazioni sull’autrice
MARIA GIOVANNA TARULLO è nata nel 1989 a Roma, dove vive. Giornalista pubblicista, iscritta all’Odg del Lazio dal 2011, muove i primi passi nel mondo del giornalismo all’interno della redazione di Abitare e Abitare a Roma. Ha collaborato con numerose testate online, dove ha maturato una pluriennale esperienza in diversi campi: dalla cronaca locale, allo spettacolo. È autrice, con Vincenzo Luciani, del volume Storie del Commercio e dell’Artigianato Locale (Edizioni Cofine, 2013, che racchiude 83 interviste ad aziende commerciali ed artigianali, con oltre 25 anni di attività, dislocate nei quartieri del Municipio Roma 5.

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