Finalmente nelle mani dei lettori italiani arriva Marthe, storia di una prostituta di Joris-Karl Huysmans pubblicato da Prehistorica Editore nella sontuosa traduzione di Filippo D’Angelo.

Articolo di Maria Laura Zazza
Quando nel 1876 Joris-Karl Huysmans pubblica Marthe, storia di una prostituta sta mettendo sotto gli occhi del lettore una realtà che quasi tutti preferiscono ignorare. È un esordio ma la voce è già netta, tagliente, capace di insinuarsi nelle crepe della società e di allargarle fino a mostrarne il marcio.
Marthe: una protagonista consumata dai desideri e dalla miseria
Marthe è un’orfana di quindici anni che lavora in una fabbrica di perle artificiali, oggetti che luccicano senza avere valore, come le promesse di riscatto che le vengono fatte. La sua esistenza è una somma di ore di lavoro, paga misera e prospettive nulle.
“Era, del resto, una ragazza assai singolare. Strani ardori, un disgusto per il proprio mestiere, un’aspirazione patologica all’ignoto, una disperazione non rassegnata, il ricordo cocente dei giorni infelici senza pane accanto al padre malato […] Tutto ciò formicolava e ribolliva furiosamente in lei.“
In queste righe si avverte la tensione che la divora: Marthe è un grumo di desideri frustrati e rancori, una giovane donna attraversata da impulsi contraddittori che non trovano sbocco. Quel “formicolare” interiore non ha nulla di romantico, è un’inquietudine che cerca una via d’uscita e finirà per imboccare la strada più rapida e più distruttiva.
Quando le si presenta l’occasione di “migliorare” la propria condizione entrando in una casa chiusa, la scelta non viene caricata di eroismi o tragedie. È una decisione pragmatica, una scorciatoia che sembra meno degradante della fabbrica e che invece la trasforma in merce con tariffa e scadenza. Da quel momento il romanzo racconta una caduta, un lento consumo.
Marthe si logora giorno dopo giorno, tra stanze sature di sudore e vino, tra clienti che si susseguono senza identità. Il corpo diventa prima strumento di lavoro, poi superficie su cui si depositano stanchezza, malattie, irritazione nervosa. Non c’è compiacimento, né indulgenza sentimentale; Joris-Karl Huysmans osserva e registra il declino di una giovane donna, e proprio questa lucidità rende la narrazione più vera e implacabile.
Parigi tra splendore e decadenza
La Parigi che fa da sfondo non concede fascino. È una città dove il progresso sventola la sua bandiera luminosa sulle facciate, mentre nelle ombre dei vicoli si accumulano i resti umani di chi viene spremuto e dimenticato, un altare oscuro dove modernità e sfruttamento si intrecciano senza tregua. I vicoli sono umidi, gli appartamenti soffocanti, i bordelli vere e proprie officine del desiderio a pagamento. Lo si vede bene nella descrizione di una serata, dove l’umanità che affolla il luogo appare già deformata, quasi caricaturale:
“Gli invitati arrivarono in massa. Vecchi cerimoniosi che sbandieravano un sorriso sbarazzino su labbra senza denti; giovanotti vestiti con colli diplomatici, giacche corte, pantaloni larghi, scarpe col nastrino; donne già mature i cui volti risaltavano grazie alla cipria e al talco; fanciulle con voci da uomini rauchi, seni flaccidi o piatti; mocciosi ancora freschi di liceo, con la riga in mezzo alla fronte e i calzoni rigati. Il disagio dei primi istanti si dissipò in fretta, gli uomini presero coraggio, il grosso negoziante rise con la sua grassa risata.”
L’elenco è impietoso: Huysmans dispone i corpi come in una vetrina grottesca, sottolineando difetti, pose, dettagli ridicoli. Nessuno si salva, né i clienti né le ragazze. È un’umanità colta nel momento in cui abbassa la maschera e si concede il lusso della propria mediocrità.
Marthe prova a deviare il proprio percorso: un ingaggio come cantante in un teatro popolare, l’incontro con Léo, giovane scrittore che ignora il suo passato e intravede in lei un’altra possibilità. Anche in lui si riflette lo stesso conflitto: ambizione e impotenza, desiderio di affermazione e scontro con una società spietata e logorante. Tuttavia, queste aperture restano fragili. L’amore non cancella ciò che è stato, l’arte non garantisce una seconda nascita. La realtà riaffiora con ostinazione, riportando entrambi alla misura dei loro limiti.
Sopravvivere ai margini: corpi logorati e sogni infranti
Il tratto più spiazzante del romanzo sta nel suo rifiuto radicale di concedere conforto o riscatto. Marthe non viene elevata a simbolo né sacrificata come martire, rimane una figura opaca, contraddittoria, spesso passiva, e proprio questa normalità costituisce l’accusa più dura che Huysmans rivolge alla società. La marginalità non è un incidente ma una struttura stabile, un meccanismo che funziona e distrugge senza clamore.
Huysmans mostra già da questo esordio letterario una scrittura densa e sensoriale, capace di rendere percepibili odori, luci sporche, rumori soffocati. Le sue immagini costringono il lettore a restare dentro l’ambiente fino a sentirne il peso.
Marthe, storia di una prostituta è il racconto di una lenta erosione, di una società che promette ascesa e produce scarti, che alimenta sogni e restituisce corpi esausti. Leggerlo significa accettare uno sguardo privo di alibi, sapendo che nessuna pagina offrirà una via d’uscita rassicurante.

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