Intervista a cura di Maria Laura Zazza
Geografie del mio mondo segna l’esordio narrativo di Andrea Sartore. Pubblicato da Dialoghi Edizioni nel 2025, il volume raccoglie quattordici racconti che compongono una mappa per esplorare le tensioni collettive, i nodi morali e le questioni di una contemporaneità in continuo dialogo con il passato.
La scelta del racconto breve risponde a un’esigenza di libertà espressiva e analitica da parte dell’autore. La forma consente di sperimentare registri differenti e di affrontare una pluralità di prospettive, mantenendo uno sguardo critico e dinamico.
In questa impostazione si riflette anche il profilo biografico di Andrea Sartore, nato a Genova nel 1998, laureato in Filosofia e impegnato nelle scuole primarie in un progetto sull’antimafia: un percorso che informa la scrittura di una sensibilitàattenta alle dinamiche del potere, alla memoria e alla responsabilità civile.
Le “geografie” evocate dal titolo rimandano a territori simbolici e sociali: confini che separano e, al tempo stesso, mettono in relazione esperienze umane, idee e destini. I racconti funzionano come coordinate narrative che consentono al lettore di orientarsi all’interno di un mondo frastagliato, in cui il privato e il pubblico si intrecciano costantemente. Ne emerge l’immagine di un Paese in dialogo con il proprio passato, attraversato da interrogativi sul potere, sulla responsabilità e sul senso della libertà.
Le vicende narrate spaziano dai dilemmi etici di uno scrittore alla solitudine decisionale di un sindaco, dall’ironia amara che investe un avvocato di provincia a incontri simbolici tra l’uomo e il mare, fino a storie di destini segnati, dialoghi politici, genealogie narrative e tentativi estremi di emancipazione personale. Ogni racconto mantiene una propria autonomia, ma contribuisce a un disegno complessivo che restituisce la complessità del reale senza semplificazioni.
Geografie del mio mondo si configura come un’opera di esplorazione narrativa, storica e attuale insieme. Un libro che sollecita domande e offre strumenti di lettura del presente attraverso la forza delle storie. Un esordio che si colloca consapevolmente nel dibattito culturale e civile contemporaneo.

Intervista con l’autore
Buongiorno Andrea e grazie per voler condividere con Voci di domani alcune curiosità sul tuo libro d’esordio. Come sei arrivato alla scrittura e a questa tua prima opera, e perché hai scelto il racconto per parlare di temi che toccano la storia, la politica, il lato esistenziale?
Ci sono arrivato attraverso un giro lungo. Il gesto di scrivere mi accompagna da anni, ma è rimasto per molto tempo uno “scarto”, una distanza che tenevo dal mondo. E’ stato l’ingresso in azienda, l’inizio, quello vero, dell’età adulta che mi ha fatto scattare qualcosa e mi ha riportato a quelle pagine. A quei racconti abortiti, lasciati in un cassetto ad aspettare il loro momento. Così ho deciso di dargli vita, di riprenderli in mano, di farmi condurre da loro.
Ho scelto il racconto perché è la forma che mi ha concesso più libertà. Potevo essere tante cose insieme: sperimentare toni, strutture e registri differenti. E soprattutto sono riuscito a esplorare tutte le storie che avevo custodito negli anni. Ognuna con il proprio vissuto.
In Geografie del mio mondo, che tipo di territori esplorano i tuoi racconti: luoghi, temi, idee o qualcosa di più personale?
Se dovessi riassumerli in tre nuclei, questi racconti sono divisi in una parte legata alla mia formazione universitaria, al bagaglio filosofico che mi porto dietro. Sono i racconti più riflessivi, che si svolgono attorno a un’idea, a un concetto. I secondi sono legati alla passione storica, politica e umana degli anni’70-’90. Quella stagione che non si è potuto (e voluto) studiare a scuola. I prodromi di ciò che vediamo oggi. C’è poi il terzo nucleo che è quello più anarchico e personale, dove i racconti sono sgorgati come un fiume in piena. E di questa fluvialità portano le tracce. Loro sono i più liberi in assoluto e non riesco ad etichettarli.
In molte storie compaiono figure di scrittori, sindaci, avvocati, persone comuni. Cosa ti interessa indagare attraverso questi protagonisti?
Prima di tutto mi è interessato indagare le loro storie. Spesso mi sono arrivati come semplici intuizioni, niente di più. Una battuta, una caratterizzazione, un gesto. Non avevo altra scelta che entrare nella loro vita, spiarli, vedere dove mi avrebbero condotto con le loro idee, i loro pensieri e le loro follie. Tutto quello che è entrato dopo, nello sviluppo dei racconti, era qualcosa di accessorio. Il contorno in cui si muovevano, il loro habitat. I temi che ne sono scaturiti erano in qualche modo figli del loro modo di essere. Cerco prima di tutto di indagare loro stessi. Di restituirgli quello che mi hanno offerto.
Da alcuni racconti emerge l’immagine di un Paese che spesso fatica a fare i conti con il proprio passato. Quali questioni restano ancora aperte oggi?
Tante, troppe. E non credo si chiuderanno mai: rimarranno, a imperitura memoria, come una ferita mai rimarginata. Il nostro paese è costellato, dall’inizio della sua storia repubblicana, di vicende torbide, oscene, violente. Figlie di un potere opaco, che si è mantenuto cambiando nome e vestito. E noi, chi prima e chi dopo, abbiamo fatto finta di non vederlo. Qualcuno no, bisogna dirlo. E sono quelli che oggi piangiamo ogni anno. Pateticamente. E lo dico con molta tristezza. Ma la narrazione che gira attorno a quei nomi: Falcone, Borsellino, Pasolini, Mattarella, Pio La Torre (e potremmo continuare per molto) è funzionale a chi quel potere ha voluto preservarlo. E ancora lo detiene, nell’indifferenza di molti, troppi.
Se Geografie fosse una mappa, quale genere di viaggio vorresti che il lettore facesse attraversandola?
Un percorso a piedi, solitario. Dove possa prendersi il suo tempo, guardare ciò che gli piace, contestare quello che non gli piace. Fermarsi, perdersi in un punto, ricominciare da capo. Mi piacerebbe fosse un viaggio “libero”, sgombro di preconcetti. Che riporti il lettore a se stesso.
Questo esordio ti ha aiutato a capire verso dove stai andando come autore? Hai scoperto aspetti nuovi di te attraverso la scrittura?
Ho scoperto di avere delle zone inesplorate. In questo senso le “Geografie” erano soprattutto questa cosa: territori che non potevo conoscere senza scriverli. Ho accettato di avere dei confini, una delimitazione che mi definisce e mi circoscrive. Sicuramente alcuni temi torneranno, perché mi costituiscono. Altri erano la fotografia di un momento, di un pensiero funesto. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma scrivere è come riacquisire un’identità. E’ un processo di valutazione continua, a volte di negazione e altre di conquista. Non mi voglio prescrivere alcun cammino. So solo di avere un paio di gambe e una penna.

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