Nel contesto della poesia contemporanea, La controra (Edizioni Ensemble) si presenta come un progetto a quattro mani di Alessia Lombardi e Marco Alonzi, in cui parola scritta e oralità si fondono in un dialogo vivo e in sintonia con il presente. Come osserva Edoardo Olmi, i due autori aprono nuovi orizzonti espressivi, affrontando attraverso la parola le sfide delle nuove generazioni.
Alessia Lombardi, nata a Pontecorvo nel 1996 e attiva a Firenze, ha già ottenuto importanti riconoscimenti, dal CET – Scuola per Autori di Mogol al Premio Fabrizio De André. Insieme a Marco Alonzi, è anche parte del progetto performativo Crow J & Neptune Mak, premiato al Parlamento Europeo di Bruxelles.
In questa intervista entriamo nel cuore del suo percorso e della genesi di La controra, per scoprire una voce poetica che dialoga profondamente con il presente.
Intervista con l’autrice

Il titolo La controra evoca un’ora sospesa, puoi spiegarci il significato del titolo e come prende forma concretamente la vostra scrittura a quattro mani?
Un primissimo fatto che mi viene in mente – sulla controra – è la sua relatività. Che la sua esistenza (o consistenza?) dipenda da latitudine, longitudine, posizione, terra. È curioso pensare come questo termine sia così familiare per alcuni e totalmente sconosciuto per altri. Alla controra ci visitano gli dèi. O gli spiriti rapitori. I bambini si tengono stretti, in casa, le madri li proteggono con la voce. Così come i vecchi si proteggono nel sonno. Subito dopo il pranzo si deve restare immobili. Per non farsi portare via.
La scrittura a quattro mani può crescere a partire da un concetto, un’immagine simile. L’ego si sospende. Per non portare via, fagocitare, distruggere ogni parola. Concretamente è un lavoro finissimo di incastri, di baciamenti, collimazioni. Un equilibrio.
Nelle poesie affiora una materia biografica intensa. Che ruolo gioca la memoria in questo libro, e quali sono i nuclei tematici?
Posso risponderti citando un passaggio incredibile da 20.000 days on earth, di Iain Forsyth e Jane Pollard. Un giorno nella vita di Nick Cave. In questa scena Nick Cave si trova nello studio del suo analista (interpretato da Darian Leader). «La mia più grande paura credo che sia perdere la memoria, a volte mi preoccupa pensare di non poter continuare a fare quel che faccio e non raggiungere una situazione che mi soddisfi. Perché la memoria è quello che siamo e credo che la propria anima e il motivo stesso di essere in vita siano legati alla memoria. Credo che per molto tempo io abbia costruito una sorta di mondo, con le ballate che ho scritto, e questo mondo si basa su quei preziose ricordi originari che definiscono la nostra vita e che ci ritroviamo a inseguire per sempre – i primi ricordi dell’infanzia, quei momenti in cui meccanismi del cuore cambiano davvero come per esempio quando si scoprono certe opere d’arte. Potrebbe essere un’esperienza traumatica, potrebbe essere un attimo, il frammento di un momento. Per me il processo di scrittura è la rinarrazione e la mitizzazione di tutto questo. Perdere la facoltà di ricordare è un enorme trauma nell’ambito di quel mondo.»
Il linguaggio poetico della silloge è denso, stratificato, attraversato da enjambement e da una tensione ritmica musicale. Questa scelta stilistica nasce da un’esigenza espressiva, da un’urgenza emotiva o dal dialogo con la musica?
Al centro de La controra si è posto un tentativo, quello di rendere il suono-parola in suono-universale. Dunque musica. Si tratta di una partitura – ognuna delle tre sezioni del libro è aperta da uno spartito – che segue andamento e movimenti propri, codice e linguaggio specifico. L’effetto che se ne trae potrebbe assomigliare a una prima lettura nell’infanzia, dove l’enunciazione è il tratto magnetico, quello che suscita possibilità. D’immaginazione, di interpretazione. Di assorbimento.
Nei testi si avvertono echi di oralità antica, di fiabe, di ballate popolari. Che atmosfera si genera da questo impasto di tradizione e contemporaneità e che tipo di esperienza possono aspettarsi i lettori?
Quello di cui parlavo. La poesia è una favola adulta. La metafora e gli espedienti sono formule fisse di quella raccontazione necessaria a definire il mondo. Ma per primi noi stessi, nel mondo. Come di fronte alle storture e ai miracoli, l’esperienza può essere estatica o distruttrice. Mai indifferente.
Il progetto Presidio culturale in cammino è un’espressione potente e quasi militante. Come è nato questo sodalizio tra te e Marco, e quali sono le finalità del progetto?
Con Marco ci siamo conosciuti e sposati in meno di un anno, tra aprile e dicembre 2023. Nel mezzo c’è stato – e continua a esserci – il nostro progetto di poesia performativa. L’espressione presidio culturale in cammino raccoglie le istanze del viaggio (abbiamo raggiunto il Parlamento Europeo di Strasburgo e Bruxelles) ma soprattutto della trasformazione.
Al di là della nostra relazione e del matrimonio, l’intesa e la capacità di creare, realizzare, plasmare assieme esistevano a priori e hanno dato risultati immediati e senza sforzo. Ci piace pensare che se oggi qualcuno legge/recita/interpreta/suona/canta alla nostra maniera sta andando incontro a questo tipo di storia, a questo tipo di esigenza espressiva: lo scardinamento e la verità.
Se dovessi tradurre La controra in un’unica immagine sonora, che suono sarebbe e quale atmosfera richiamerebbe?
Rumore bianco. Probabilmente un nebulizzatore per aerosol lasciato in funzione per ore. Nostalgia.

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