Un viaggio nella mente e nella scrittura è ciò che propone Penultimo desiderio di Paola Dell’erba, pubblicato da Graus Edizioni e tra le opere proposte al Premio Strega 2026.

Al centro del romanzo c’è Virginia, una donna la cui esistenza si è sgretolata sotto il peso di traumi infantili e di una perdita incolmabile. In uno stato di estrema fragilità, arriva a progettare lucidamente il proprio suicidio, mentre tenta disperatamente di dare ordine al caos e di restituire senso a un dolore che sembra indicibile.

Da questo impulso nasce un racconto in prima persona che si trasforma progressivamente in un diario febbrile e convulso: i ricordi affiorano in modo disordinato, oscillando tra chiarezza e confusione, mentre il presente irrompe con forza sulla pagina, incrinando ogni tentativo di controllo. Ne emerge una scrittura densa e stratificata, che esplora con grande finezza psicologica le possibilità e i limiti del linguaggio, fino a portare alla luce, sotto strati di parole, una forza inattesa e sommersa.

La scrittrice Paola Dell’Erba è nata a Portici nel 1967, studiosa e autrice dalla solida formazione umanistica. Laureata in Lingue e Letterature straniere nel 1991 e in Filosofia nel 1995 presso l’Istituto universitario L’Orientale di Napoli, ha conseguito nel 2001 un dottorato in Semiotica in co-tutela con l’Università Paris V–René Descartes. Oggi vive in Austria, dove si dedica all’insegnamento della lingua italiana e alla scrittura, coniugando nella sua opera rigore teorico e intensa sensibilità narrativa.

Il termine “irrefrenabile” è quanto mai pertinente in questo caso: la mia scrittura si alimenta sia di contenuti che si prestano a una molteplicità di livelli di lettura e di interpretazioni, sia della mia teoria secondo cui nel linguaggio narrativo, anche, o forse soprattutto, autobiografico, non sia possibile creare e confezionare prodotti, nel senso di narrazioni compiute, fatte di un inizio, di uno sviluppo e di una fine. Le pagine che concludono Penultimo desiderio, infatti, vorrebbero evidenziare proprio la natura processuale della parola scritta, capace di trasformare i resti in tracce…

Virginia Stella decide di progettare e di attuare il suicidio sulla base di salde certezze, spinta non da squilibri psichici bensì da calcoli ragionati e mirati che hanno origine dall’assenza totale di dialettica tra lei e il mondo, tra lei e la vita. Proprio nel momento in cui gli eventi del presente riescono invece, letteralmente, a scuoterla da tali premesse, a farla vacillare e a riconsegnarla a noi e a se stessa quale creatura profondamente umana, solo allora, paradossalmente, si potranno intravedere percorsi alternativi al progetto di morte.

Le virgolette dello scritto autobiografico di Virginia si aprono e si chiudono intorno al tema del conflitto. Dai titoli dei capitoli della prima parte del libro si comprende che la tensione conflittuale si è ormai diffusa dentro ogni aspetto della vita, pubblica e privata. Ma la rigidità etica della protagonista, volta a rimanere a tutti i costi immune ad ogni forma di violenza, è la causa principale della sua mancata integrazione nel ciclo vitale di cui, invece, vorrebbe essere parte e al quale ritiene di poter accedere ormai soltanto attraverso il processo di decomposizione del proprio corpo sul fondale marino.

Il viaggio sarà in questo senso, sia letteralmente che metaforicamente, la dimensione in grado di aprire a nuove scoperte.

Io oserei dire che in questo romanzo il linguaggio, piuttosto che domare il caos, sia addirittura il luogo di una felice inaugurazione del caos nell’esistenza della protagonista! L’operazione della scrittura autobiografica lascerà emergere certo, nella seconda parte del libro, l’impossibilità di costruire surrogati di verità e di giustizia negate dalla realtà. La finzione, tuttavia, lungi dal costituire una frustrazione ulteriore nella ricerca di un senso, si rivela essere essa stessa un organismo vivente dotato di un potente anelito alla sopravvivenza e, in quanto tale, potenzialmente capace di trascinarsi dietro anche colui che scrive…

Ho accolto la notizia inizialmente con stupore, successivamente con gioia e una piccola, sana dose di orgoglio. Il prestigioso premio letterario regala anche una grande visibilità a chi, come me, non avrebbe a disposizione altri agganci mediatici per stabilire un rapporto con il pubblico lettore. A questo proposito, sento di dover ringraziare maggiormente la Graus Edizioni e Maria Cristina Donnarumma, figura storica di riferimento nell’ambito del Premio Strega, per aver creduto nel mio romanzo e per averne promosso la partecipazione al Premio.

Aperto, libero, inafferrabile.

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