Intervista a cura di Maria Laura Zazza

Con Tornerà la primavera edito da Fazi Editore, Nadia Noio consegna ai lettori un esordio letterario di rara intensità, in cui la dimensione privata si intreccia con il respiro ampio della Storia.

Nella Campania di fine Ottocento prende avvio la vicenda della giovanissima Piccerella, figura innocente segnata da un destino di sopraffazione, che diventa presto principio generativo di una più ampia narrazione familiare. Attorno a lei si compone un universo umano abitato da personaggi sospesi tra miseria e aspirazione, tra realtà concreta e spesso bruta e un alone di superstizione che ne orienta i gesti e le scelte.

Da questa origine prende forma una saga familiare che si dispiega con andamento musicale, seguendo il ritmo ciclico dell’esistenza: nascite, perdite, ritorni. Quello di Nadia Noio è un racconto che si costruisce per stratificazioni, come un albero genealogico che lentamente si rivela, restituendo al lettore il senso profondo della continuità e della trasformazione.

La scrittura di Nadia Noio, musicale e decisa, si fa strumento di custodia del tempo, capace di evocare atmosfere antiche e restituire dignità alle voci del passato. Tornerà la primavera è un romanzo sulla memoria, l’eredità familiare e il destino, in cui il passato non cessa di interrogare il presente.

In questa intervista, l’autrice ci guida attraverso i luoghi, le suggestioni e le scelte che hanno dato vita alla sua opera prima.

Intervista con l’autrice Nadia Noio

Credo che per deformazione professionale, io sia sempre stata in qualche modo attratta dal passato. Sono un’archeologa e questo mi ha permesso di entrare in contatto con le tracce materiali di un altro tempo, di altre vite, soprattutto quelle perdute, quotidiane, poco rilevanti nei grandi eventi storici. Nonostante io non abbia affrontato direttamente nei miei studi un tempo passato così recente come l’Ottocento (sono specializzata in protostoria!), questo periodo su di me ha sempre esercitato una certa fascinazione.

Volevo che le radici del romanzo affondassero in questo secolo contraddittorio: superstizioso e moderno, favolistico e disincantato, fatto di tradizioni resistenti e grandi capovolgimenti storici.

In verità ho disegnato l’albero genealogico della famiglia partendo dalle radici e non dai rami più giovani, all’opposto di come farebbe un esperto. Basandomi su immagini e suggestioni, ho tentato di far crescere le generazioni a mano a mano, senza conoscere in partenza la forma che avrebbe avuto questo albero, provando ad esplorare le dinamiche che avrebbero potuto intrecciare i personaggi.

Ho provato a scrivere di situazioni che potessero appartenerci ancora, a prescindere dal luogo e dal tempo che abitiamo, dal significato così variabile del termine famiglia. Sono sicura che le nostre origini abbiano a che fare con quella parte del nostro destino che ci sembra immutabile, ma con quegli aspetti che tentiamo di cambiare, accettando o rifiutando l’eredità familiare.  

Io credo che il nocciolo dei nostri pensieri, il nucleo delle nostre speranze e paure sia straordinariamente simile a quello dei tempi andati. Nonostante una nuova sensibilità ai fatti di cronaca e alle sfide più recenti, credo che i nostri pensieri non siano così distanti da quelli di uno o due secoli fa.

Siamo ancora in lotta con la nostra capacità di fare i conti con noi stessi, con la nostra difficoltà di accettare e farsi accettare dagli altri, di capire le regole del mondo. Soprattutto nei tempi tumultuosi di oggi, non possiamo non accorgerci che le nostre preoccupazioni sono le stesse già appartenute ad altri, ai nostri nonni ad esempio. Sarebbe necessario ricordarlo e provare a non trasmetterle a chi verrà dopo di noi.

Non sono in grado di definire esattamente i motivi che mi hanno spinta in questa direzione. Credo che il mio sia stato un tentativo di mettere per iscritto un racconto che nella sua forma, nei suoi suoni, potesse richiamare la tradizione orale. Mi piacerebbe suscitare in chi legge la sensazione di ascoltare una vecchia storia di famiglia, in cui i dialoghi sono solo riportati, in cui il punto di vista non è mai oggettivo. Non so se ci sono riuscita né se ci riuscirò mai!

Ovunque mi porti, spero di poter esplorare questo percorso con serenità, curiosando, sperimentando, dando sfogo alla creatività.

Non so che tipo di autrice sono o potrei diventare, se avrò fortuna, lo capirò con il tempo. Il mio proposito per il futuro è solo quello di riuscire a ritagliarmi lo spazio necessario a scrivere, senza lasciare che l’idea di dover raggiungere un traguardo mi possa condizionare. Sono sicura che il mio interesse risiede ancora nel rapporto tra presente e passato, tra le storie individuali e quelle corali, ma mi piacerebbe mettermi alla prova anche con qualcosa di diverso!


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