Pensieri disordinati per menti inquiete di Gabriele Gramigna (Edizioni Dialoghi, 2025) è una raccolta di racconti brevi di ispirazione filosofica, cinque testi che affrontano, con tono leggero e dialogico, temi come la natura, l’amicizia, il divino, il cambiamento climatico e il diritto all’ozio. Due brani hanno come protagonista un gatto che interagisce con l’umano, offrendo uno sguardo ironico e riflessivo sul mondo.

Intervista con l’autore
Il titolo richiama il “disordine” è una condizione da superare o una forma autentica del pensiero umano?
Il disordine, per me, è una forma autentica e fondativa del pensiero umano. Come in Eraclito e Friedrich Nietzsche, il disordine è forza generativa perché irrompe nell’abitudine e frantuma le certezze. È importante però, poi, passare dal disordine ai concetti. Insomma, ordinare la scintilla primordiale in qualcosa di chiaro e comprensibile per poi creare un nuovo disordine attraverso la critica e il superamento, o la conferma, delle proprie idee.
Quanto c’è di autobiografico nei “pensieri disordinati”: sono frammenti di esperienza o esercizi di immaginazione filosofica?
I racconti con Freddie sono puri esercizi filosofici, speculazioni immaginarie. Anche quello intitolato “Dio o l’atomo” lo è. Il racconto sull’amicizia e quello sul cambiamento climatico sono in parte autobiografici, ma con una buona dose di invenzione narrativa. Raccontano avvenimenti o dialoghi realmente accaduti, ma arricchiti da aggiunte, a mio modo di vedere, necessarie. Ciò che, in tutti i racconti, resta fortemente autobiografico è senza dubbio il pensiero. Condivido ogni parola di quello che dicono i miei personaggi.
In due racconti compare un gatto che dialoga con l’umano: è una metafora della coscienza critica o dell’alterità?
Freddie è l’emblema dell’alterità. È lo sguardo esterno e animale che ci osserva e non si capacita. Avevo bisogno di una figura in grado di sorprendersi davvero delle nostre storture. Un essere umano, per quanto consapevole, non è in grado di osservare la propria vita in modo fenomenologico, di sospendere il giudizio.
Inoltre, volevo omaggiare un altro animale della letteratura: Don Durito de la Selva Lacandona, interlocutore del Subcomandante Marcos nel libro Racconti per una solitudine insonne, un libro che è stato molto importante per la mia formazione.
Il “diritto all’ozio” è un tema sorprendentemente attuale: lo considera un atto di resistenza oggi?
Più che un atto di resistenza, lo considero un vero e proprio gesto rivoluzionario. Riprendersi il proprio diritto all’otium inteso come il contrario del negotium degli antichi romani, è un gesto tanto difficile quanto liberatorio.
Cercare di uscire dall’eterno ciclo casa-lavoro-consumo-casa dovrebbe essere la prima forma di ribellione umana, se non altro nella sua dimensione individuale. Diventare consapevoli di questo, forse, potrebbe spingerci a spostare l’attenzione verso nuove forme di socialità e cooperazione.
Come definirebbe se stesso come autore e che tipo di esperienza di lettura desidera offrire ai lettori in termini di temi affrontati, atmosfera emotiva e profondità degli spunti di riflessione?
Faccio molta fatica a definirmi, perché ogni definizione rischia sempre di diventare una gabbia. Preferisco ascoltare il parere altrui, tenendo sempre bene a mente la lezione di uno dei miei mentori filosofici, Jean-Paul Sartre, quando diceva che “L’inferno sono gli altri”, ovvero sempre consapevole che lo sguardo altrui ha un potere enorme nel definirci e fissarci.
La mia speranza è che in chi legge i miei racconti nasca poi la curiosità di andare ad approfondire i nomi dei filosofi, piuttosto che i titoli delle opere che ho citato. Siamo nani sulle spalle dei giganti, d’altronde.

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