Nel 1618, una frana cancella la prospera Piuro, lasciando dietro di sé superstizione e paura. In questo clima, Margherita Tognona vede sua madre Giovannina accusata di stregoneria. La stessa sorte tocca ad altre otto donne innocenti, che al contrario vengono arse vive. Anche Margherita viene processata due volte, torturata e infine condannata all’esilio, nonostante la sua innocenza. Jacopo Triaca, servitore incaricato di scortarla, è tormentato dal rimorso: il viaggio diventa un cammino di dolore, memoria e ricerca di riscatto.
Con Il silenzio delle streghe di Piuro (Yume editore, 2025), l’autrice, Valentina Marcias, ha scelto di raccontare questa storia vera per restituire voce alle donne accusate ingiustamente di stregoneria, quelle donne indipendenti, spesso guaritrici, custodi di tradizioni che sono diventate capro espiatorio dei mali del mondo. Attraverso Margherita, vuole far emergere la dignità, la forza e l’umanità di chi fu perseguitata solo per essere libera, abbattendo stereotipi e onorando una memoria storica troppo spesso dimenticata.

Intervista con l’autrice
Il silenzio delle streghe di Piuro segna il tuo esordio narrativo, quale scintilla ha dato origine alla storia e ti sei sentita più romanziera o custode di una memoria storica?
Mentre scrivevo mi sono sentita soprattutto una custode. Ho percepito il mio ruolo come quello di un tramite, necessario per dar voce a chi non l’aveva più e restituire dignità a figure femminili che la storia aveva lasciato ai margini. La scintilla è scoccata visitando i luoghi del romanzo e leggendo la documentazione in archivio: lì ho capito che quel silenzio era una vera e propria richiesta di ascolto.
Margherita è una figura che mantiene la propria dignità anche di fronte alla tortura e all’esilio: in che modo incarna una femminilità lontana dagli stereotipi del Seicento e che tipo di protagonista hai voluto offrire ai lettori?
Margherita è una figura molto particolare perché la sua forza non è un’invenzione. Il suo tratto forte e determinato è autentico ed emerge chiaramente dalle cronache dell’epoca. Ho voluto rispettare la realtà storica di una donna che, già nel Seicento, dimostrava una determinazione fuori dal comune, rifiutando di piegarsi anche davanti alla tortura e all’esilio. Con lei ho voluto offrire ai lettori l’immagine di una protagonista che non subisce solamente gli eventi, ma li affronta con una dignità incrollabile, dimostrando che la resistenza femminile ha radici antiche e reali.
Hai dedicato molto spazio alle descrizioni: quanto era importante per te che il luogo diventasse parte attiva della narrazione e che l’atmosfera stessa accompagnasse il destino delle protagoniste?
Le descrizioni per me sono state molto importanti. Volevo che il lettore si immergesse nei luoghi per sentirsi parte di quei momenti insieme alle protagoniste, percependo le loro stesse emozioni e i loro stati d’animo. Ho cercato fortemente di trasmettere l’atmosfera dell’epoca, fatta di superstizioni e timori costanti, mostrando come questo clima condizionasse profondamente la vita e le scelte di queste donne.
Scrivendo, hai mai avuto la sensazione che la caccia alle streghe non sia davvero finita ma abbia solo cambiato linguaggio e strumenti?
Sì, purtroppo ho avuto spesso questa sensazione. Studiando la storia di queste donne, mi sono resa conto che quegli stessi meccanismi dell’esclusione e del pregiudizio sono rimasti tristemente simili. Oggi non ci sono più i roghi, ma il giudizio e l’odio, specialmente quello rivolto alle donne che scelgono di non conformarsi, hanno trovato nuovi canali, come i social o l’isolamento sociale. Scrivere questo libro è stato anche un modo per ricordare che la “caccia” purtroppo continua ogni volta che cerchiamo di mettere a tacere qualcuno che consideriamo diverso o scomodo.
Se Margherita potesse parlare alle lettrici e ai lettori di oggi, che cosa pensi direbbe sul prezzo della libertà da qualsiasi forma di costrizione?
Margherita direbbe soprattutto di non tacere e di non arrendersi, nonostante le incomprensioni e il giudizio altrui. Ci ricorderebbe che la libertà è avere il coraggio di lottare per la propria voce e per l’opportunità di farsi ascoltare davvero. Per lei, gridare la propria verità era l’unico modo per restare fedele a sé stessa. Un atto di resistenza pura contro chiunque cercasse di soffocarne l’identità. Il suo messaggio oggi sarebbe un invito a non aver paura della propria unicità e a difendere la propria parola, perché è lì che risiede la nostra vera dignità. Lei, proprio come ha affermato durante il processo, avrebbe risposto: «Mi la verità l’ho detta. Non vi dirò mai la bugia».
In che modo pensi che questo romanzo abbia segnato il tuo modo di raccontare e di guardare al femminile?
Questo romanzo ha segnato profondamente il mio modo di raccontare perché mi ha insegnato che scrivere è come mettersi in ascolto. Attraverso Margherita e le altre donne di Piuro, ho capito che raccontare la storia significa dare spazio ai sentimenti, ai corpi e alle paure che spesso i libri di storia dimenticano. Oggi guardo alle donne del passato con una consapevolezza diversa e con il desiderio di cercare sempre quella verità profonda che ci portiamo dentro.

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