La neve cade senza sosta su San Remidio. Isola le case, confonde le tracce, soffoca le voci. In questo scenario sospeso prende forma Le chiavi del peccato (Ronca Editore, 2025), il romanzo d’esordio di Stefania Porro, un giallo che affonda le radici nell’ombra più che nel delitto.
Il corpo di Don Terenzio Serra viene trovato senza vita in una chiesa, un luogo che dovrebbe essere rifugio e redenzione. Ma tra quelle mura sacre si insinua qualcosa di più antico della bufera: un silenzio compatto, ostinato, quasi complice. L’arrivo dell’ispettore Samuel Okoye, mandato dalla città, incrina equilibri fragili e porta alla luce tensioni sotterranee. A San Remidio nessuno sembra dire tutto. E forse nessuno è davvero innocente.
In questa intervista entriamo nei retroscena del romanzo insieme all’autrice Stefania Porro, tra simboli, colpe taciute e verità che bruciano.

Salve Stefania, ci racconti, com’è nata l’idea di Le chiavi del peccato? È stata un’immagine, una ferita, una domanda che non riusciva a lasciar andare?
Mi è apparsa davanti agli occhi la scena finale, nitida e dirompente. È stato un vero e proprio flash visivo. Da quel momento, il mio lavoro è stato un po’ come quello di un detective: ho ricostruito l’intera storia a ritroso, incastrando i pezzi come in un puzzle. Mentre scrivevo, c’erano due domande che sono poi diventate l’anima del libro: quanto incide l’omertà di fronte a una tragedia? E soprattutto, siamo davvero disposti a sacrificare i nostri segreti più intimi in nome della verità e della giustizia?
L’ispettore Samuel Okoye si muove tra la neve e il silenzio di San Remidio come un estraneo agli occhi di tutti, immerso in un labirinto di segreti. Quali sfumature della personalità del protagonista ha voluto far emergere anche attraverso il rapporto con l’ambiente?
Samuel Okoye è l’elemento di contrasto in un ecosistema immobile. Volevo far emergere la sua tenacia: è un forestiero in una comunità chiusa che lo respinge, ma la sua alterità è proprio ciò che gli permette di guardare oltre le apparenze. Mentre San Remidio cerca di seppellire ogni colpa sotto la neve, lui scava con ostinazione portando alla luce ogni segreto. Ma la sua non è solo una sfida contro un ambiente ostile, ma un confronto con il proprio passato. La sua ricerca della verità è, in fondo, anche un modo per rielaborare le sue antiche ferite.
Come ha trasformato il paesaggio e gli eventi atmosferici in un vero e proprio controcanto emotivo della storia, e quali sensazioni spera di far vivere ai lettori?
Ho scelto la neve come elemento centrale per la sua forte valenza simbolica: ha il potere di nascondere e proteggere i segreti sotto la sua coltre, ma è un inganno temporaneo; sciogliendosi, rivela tutto ciò che si celava al di sotto. Volevo che il lettore percepisse quel senso di claustrofobia e oppressione che non è solo climatico, ma umano. Spero che si avverta la tensione costante tra il desiderio di oblio della comunità e l’inevitabile ritorno a galla della verità, che nessuna tempesta può coprire per sempre.
Dietro la calma apparente di San Remidio si nascondono ipocrisie e menzogne. Perché ha scelto il giallo come lente per indagare queste dinamiche sociali, e quale reazione o riflessione vorrebbe evocare in chi legge?
Ho scelto il giallo perché è il genere perfetto per scavare nei traumi. Non mi interessa tanto il “chi è stato” ma il “perché lo ha fatto”. Il crimine, secondo me, è un fenomeno prettamente psicologico e sociale. Vorrei che il lettore riflettesse sul nostro primordiale bisogno di trovare un colpevole, che spesso però serve solo a lavarsi la coscienza. La giustizia è un costrutto umano e, in quanto tale, è fallibile. La vera differenza la fa chi ha il coraggio di esporsi, rompendo lo schema dell’ipocrisia collettiva.
Guardando indietro alla scrittura, c’è una scena che le è rimasta particolarmente cara o difficile da scrivere, e perché?
La scena più difficile da scrivere è stata un flashback sul bullismo subito dal giovane Okoye. Volevo mostrare il peso di un trauma che può segnare un’intera vita, e ho scelto di farlo con una scena dal forte impatto visivo. Scriverla è stato doloroso: immedesimarmi nella vigliaccheria di chi compie certi gesti mi ha fatta sentire “sporca”, ma era un passaggio necessario per far emergere la straordinaria capacità dell’ispettore di risollevarsi e trasformare quelle cicatrici nella sua tempra morale.
Scrivendo Le chiavi del peccato, che tipo di scrittrice ha scoperto di essere? C’è qualcosa di sé che non conosceva fino a questo libro, nascosto come i segreti dei suoi personaggi?
Scrivere, secondo me, è un atto di autoanalisi. Con questo romanzo ho confermato la mia attrazione per le dinamiche psicologiche e sociali, e ho scoperto di voler essere un’autrice che non si limita a intrattenere: voglio offrire spunti di riflessioni e critica sociale. La sorpresa più grande? Ho scoperto di essere più cinica di quanto credessi. Scavando nei segreti dei miei personaggi ho dovuto guardare in faccia il lato oscuro dell’animo umano. “Le chiavi del peccato” mi ha insegnato che la verità non sempre è rassicurante e che, a volte, per raccontarla, bisogna avere il coraggio di essere spietati.

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