Recensione di Sara Candurro

Il libraio di Gaza di Rachid Benzine (Corbaccio, 2025) è un libro che nasce da un incontro apparentemente banale, ma destinato a lasciare un segno profondo. Julien, un fotografo francese inviato a Gaza, si imbatte in un uomo seduto davanti alla sua bottega, circondato da pile di libri vecchi. L’immagine è potente e suggestiva, perfetta per uno scatto fotografico, ma il libraio Nabil concede il permesso solo dopo aver raccontato la sua storia. Perché saranno le sue parole a dare profondità all’immagine.

Gaza e la vita dei profughi: tra guerra e piccoli gesti quotidiani

Attraverso il racconto della sua vita, Nabil apre al lettore una finestra sulla durezza dell’esistenza di un profugo, fatta di perdita e precarietà, ma anche di piccoli gesti, innocenti e puri, che allontanano per un attimo la guerra dalla quotidianità. In mezzo alle macerie della guerra, la libreria di Nabil appare come uno spazio sospeso nel tempo in netto contrasto con ciò che la circonda, permettendo, anche solo per un momento, di allontanarsi dalla realtà della guerra.

Gaza urla il proprio dolore come un’anima sofferente: i clacson delle automobili, le bandiere lacerate, gli edifici distrutti. In questo caos, l’unica tregua sembra arrivare dalla brezza che soffia dal mare o da quegli oggetti rimasti intatti, che attirano lo sguardo proprio perché rappresentano una normalità ormai rara e un barlume di speranza.

La memoria, l’amore e il potere delle parole

Tra queste, il ricordo del teatro occupa un posto centrale: è lì che Nabil ha conosciuto la donna che avrebbe amato, imparando a conoscerla attraverso parole che, inizialmente, erano solo parte di una recitazione. Questi momenti sospesi, rubati all’infelicità quotidiana, gli hanno rivelato il potere delle parole e la complessità dei legami che esse possono creare.

La letteratura come resistenza e spazio di umanità

La scrittura di Rachid Benzine è dolce, scorrevole ma allo stesso tempo incisiva. Essa invita a prendere consapevolezza del valore dei piccoli gesti quotidiani e del loro profondo impatto. Gaza è una presenza viva nella storia, le cui condizioni esteriori riflettono quelle interiori di chi la abita.

L’autore stesso la definisce un teatro di infelicità e follia, un ballo grottesco dove i vivi non sono ormai più vivi, ma non sono neppure morti. Eppure, proprio in questo contesto, il libraio ribadisce con forza l’importanza delle parole, della letteratura e dell’istruzione come forme di resistenza alla violenza e come fragile, ma indispensabile, spazio di umanità.


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