In Musica, lo scrittore giapponese Yukio Mishima costruisce un romanzo breve e perturbante che esplora il confine tra percezione, corpo e desiderio, immergendo il lettore in un’indagine psicologica densa di ambiguità e silenzi.

Pubblicato nel 1965, il testo si distingue all’interno della produzione mishimiana per una scrittura più lineare, che tuttavia non rinuncia alla profondità tematica e alla tensione simbolica tipica dell’autore.

In un giorno d’autunno, alla porta dello psicanalista Shiomi Kazunori si presenta Reiko, giovane donna di grande fascino e di ottima famiglia, laureata e impiegata in una ditta di import-export, fidanzata con un collega attraente. All’apparenza, la sua vita sembra perfettamente integrata nei modelli sociali del successo e della normalità. Eppure Reiko porta con sé un disturbo singolare: non riesce a percepire la musica. Ciò che per gli altri è melodia e armonia, per lei è un silenzio assoluto.

Fin dalle prime sedute, il dottor Shiomi avverte che dietro questa anomalia sensoriale si cela qualcosa di più profondo. Reiko parla, ma omette; racconta, ma devia. Il suo discorso è costellato di vuoti che diventano, progressivamente, il vero oggetto dell’analisi.

La verità emerge lentamente: l’incapacità di percepire la musica non è soltanto un deficit uditivo ma una condizione corporea ed esistenziale. Il corpo di Reiko non risponde al piacere. L’assenza di “musica” si rivela così una potente metafora della repressione sessuale, dell’impossibilità di abbandonarsi all’orgasmo e al desiderio, di un blocco radicato in traumi infantili e in rigidi condizionamenti sociali.

Mishima mette in scena una psiche che si difende attraverso la rimozione, trasformando il sintomo in linguaggio. Come il suo analista, anche il lettore è costretto a interpretare silenzi, esitazioni, gesti corporei, vivendo una costante sensazione di straniamento.

La forza del romanzo risiede proprio in questa dimensione analitica. La scrittura, apparentemente semplice, diventa strumento di scavo: sotto la superficie ordinata del racconto si avverte il conflitto tra pulsione e inibizione, tra desiderio e paura. Leggere Musica equivale ad assistere a una seduta di psicoanalisi vissuta dall’interno, dove ogni parola pesa quanto un’assenza.

Mishima riflette così sul modo in cui le ferite dell’infanzia modellano la percezione del piacere e della realtà emotiva, suggerendo che solo attraverso l’affronto dei propri abissi interiori sia possibile recuperare una forma di armonia e libertà.

Yukio Mishima, pseudonimo di Hiraoka Kimitake (Tōkyō, 1925-1970), è considerato uno dei maggiori scrittori giapponesi del Novecento. Romanziere, drammaturgo, sceneggiatore, regista e attore, fu una figura complessa e controversa, profondamente legata alla tradizione giapponese. Fondatore del gruppo paramilitare Tatenokai, visse una tensione costante tra estetica, disciplina e ricerca dell’assoluto, che culminò nel suicidio rituale (seppuku) il 25 novembre 1970, dopo un fallito tentativo di insurrezione.


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