Intervista a cura di Maria Laura Zazza

La fabbrica dei desideri (Piemme, 2025) è un romanzo che profuma di cioccolato e di memoria. L’autrice Valeria Gallina ci conduce nella Torino del 1910, tra fabbriche, colline e cortili popolari, raccontando l’ingresso nel mondo adulto di Giulia, una ragazza di quindici anni costretta a crescere in fretta. Intorno a lei si muove una famiglia che cerca riscatto, mentre il lavoro e l’arrivo della Grande Guerra ridisegnano i destini individuali e soprattutto il ruolo delle donne.

La fabbrica Moriondo e Gariglio, le colline torinesi, il lavoro femminile e l’ombra imminente della guerra diventano lo sfondo di un racconto intimo e collettivo, in cui le donne scoprono una nuova libertà e una nuova voce.

Con un’eleganza narrativa intensa e partecipe, Valeria Gallina intreccia memoria familiare e romanzo storico, restituendo il ritratto di un’Italia vitale, laboriosa e in trasformazione.

È da qui, da questa storia di mani fredde, cioccolatini e scelte coraggiose, che prende avvio la nostra intervista con l’autrice, in un romanzo in cui riprende vita la storia commovente della sua famiglia.

Provengo da una famiglia matriarcale in cui gli uomini, per ragioni diverse, sono sempre stati poco presenti e le donne si sono fatte carico di sostenere la famiglia. Sono cresciuta con l’idea che per una donna fosse normale lavorare.

    Ho cominciato a scrivere il romanzo per il piacere di portare sulla pagina i ricordi della mia bisnonna Giulia, che ho conosciuto da bambina, e i racconti di famiglia, ma mi sono accorta subito che mi mancava la necessaria preparazione storica. E’ stato così che ho cominciato a studiare quel periodo e mi sono accorta di quanto quegli anni siano stati cruciali per un’intera generazione di donne che per la prima volta, in massa, sono uscite di casa e sono andate a lavorare nelle campagne e nelle fabbriche.

    Il romanzo si svolge dal 1910 al 1922, poco più di un decennio in cui Torino cambia pelle più volte.  I primi anni sono quelli della Belle Époque, durante i quali Torino comincia a fiorire come città industriale. Sono anni di crescita e speranza, che vedono la città all’avanguardia della modernità: non per nulla il primo grande colossal cinematografico, Cabiria, è girato a Torino.

    Questo clima di speranza e ottimismo è ben presto spazzato via dalla Prima Guerra Mondiale che porta fame e distruzione, lasciando una città impoverita e dilaniata dagli scioperi e dalle tensioni sociali  del primo dopoguerra, una città in cui i reduci spesso non riescono a reinserirsi nella vita civile e le donne sono incoraggiate a tornare a casa per assumere di nuovo un ruolo solo domestico, preludio del fascismo incombente.

    Come dicevo prima, ho conosciuto mia bisnonna, che è mancata quando avevo dieci anni, e mi ricordo molto bene quello che mi raccontava del lavoro in fabbrica. Per lei, che a soli quindici anni andava a lavare al fiume insieme a sua madre per necessità, l’inizio del lavoro in fabbrica era stata la possibilità di una vita migliore, con una paga garantita e condizioni più umane.

    E la fabbrica era anche il luogo in cui aveva conosciuto altre donne e con loro  aveva potuto confrontarsi e a volte anche diventare amica. Purtroppo, oggi il lavoro ha assunto profili quasi vessatori per molte persone, per non parlare della piaga degli incidenti sul lavoro, ma per lei aveva ancora il significato che dovrebbe avere e che la nostra Costituzione promuove e valorizza: potersi garantire un sostentamento economico in condizioni dignitose.

    Penso non ci sia dubbio che il percorso di emancipazione femminile non sia ancora concluso e che l’Italia non sia certo all’avanguardia: basti citare il gap salariale fra uomini e donne, o i bassi tassi di occupazione femminile rispetto ad altri paesi europei.

    Credo che siano le donne a dover prendere in mano i loro destini e a pretendere, in maniera ferma, ma non prepotente o lamentosa e sempre aperta al dialogo, che i loro giusti diritti vengano rispettati sia nella vita privata che in quella lavorativa. Ma per fare questo occorre la consapevolezza che solo l’istruzione può dare. Ed è questo l’altro grande tema del romanzo: l’istruzione alla base dell’emancipazione di ognuno di noi.

    Come Giulia e Giuseppe sono un’ottimista e vorrei che quel cioccolatino dicesse ad ogni lettore che anche nei momenti più bui ci possono essere delle opportunità: la Grande Guerra, una delle carneficine più terribili della storia, ha dato però a un’intera generazione di donne una nuova prospettiva. Forse, anche per noi in questi tempi così cupi, si nasconde da qualche parte una speranza. Prendendo a prestito una poesia di Camus, forse dovremmo cercare nel bel mezzo dell’inverno la nostra invincibile estate.


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    “L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”

    Italo Calvino

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