Articolo di Francesca Valeria Poli
Mi sono sempre chiesta se esistesse una scrittura femminile, maschile, o binaria.
Se penso alla modalità di scrittura di autrici inglesi del passato come Jane Austen o le sorelle Brontë, dove è ben delineata un’ideologia di “femminismo” al contrario, ricca di dettagli scenografici e psicologici della mente delle ragazze dell’epoca in cerca di marito, nella quasi ossessiva cura del particolare, nell’indugiare fino allo sfinimento in sdolcinate effusioni mentali, e poi lo confronto con uno stile sobrio di scrittori di sesso maschile, italiani e non, trovo la risposta.
Lontana dallo stendere “tesi assolutiste” per cui lo scrittore maschio scrive cosi, se parla d’amore è donna, perché sappiamo che ogni scrittore ha uno stile e talvolta le modalità si mescolano, proprio secondo la teoria che in una donna e in un uomo c’è sempre una parte maschile e femminile più accentuata o meno.
Precisato ciò, da sempre mi sono posta la domanda se la scrittura di per sé avesse un sesso riconducibile al femminile e al maschile e affermo, con i rischi del caso, che le parole hanno un sesso.
Alcune appartengono ad un dizionario femminile, altri a quello maschile, dove per maschile e femminile parlo di una condizione a sé, estrapolata dal contesto sociale. Donna-uomo come concetto assoluto simile al binomio giorno-notte. I due opposti. Ying e Yang. Inevitabili e reali, escludendo ogni riferimento a scelte sessuali o ormonali.
Entrando nel “core” (english word), nel punto centrale della mia affermazione, ne esplicito con esempi pratici la motivazione.
Colgo nel dizionario maschile una certa essenzialità, emblema del pragmatismo. Il “non” uso di periodi lunghi e articolati, ma frasi nette, che non rimandano echi. La scrittura femminile è invece impregnata di parole, parole, parole, e soprattutto di un uso smodato della punteggiatura, punti sospensivi e due punti.
La donna ha bisogno di spiegarsi, di essere chiara, e non ne ha mai abbastanza, quando racconta storie e quando le vive nella vita di tutti i giorni. L’uomo si spiega, se lo fa, con l’essenzialità. Lapidario. Se capisci bene, non è un problema suo. La comunicabilità ridotta ai minimi termini.
Ci sono uomini che leggono romanzi scritti da donne e donne che apprezzano quelli scritti dagli uomini? Preferisco non rispondere, perché credo poco alle statistiche e alle dichiarazioni assolute in termini quantitativi. Ciò di cui sono certa è che l’uomo è “visivo” e la donna uditiva. Ciò non può non essere riscontrabile nella scrittura, in termini di contenuti e modalità espositive.
Non bisogna combattere “la diversità” ma accettarla come complessa e ricca fonte di confronto e di crescita. Bisogna piuttosto far decadere e annullare gli stereotipi e le categorie di genere, le critiche legate al pregiudizio riguardanti la qualità di un’opera.
In una società di stampo “maschilista” la vera rivoluzione non è l’omologazione al mondo “maschile”, o il combattere per farsi accettare, ma l’accettazione della bellezza delle diversità. Esisto in quanto donna, tu in quanto uomo. Punto. Scopriamoci ed arricchiamoci insieme.
Dopo questo preambolo piuttosto lungo, dal generale voglio fare degli accenni al particolare della scrittura intesa come grafia ed intesa come arte portatrice di contenuti e significati.
Per la grafologia ad esempio (intesa come scienza che studia la psicologia della scrittura), il maschile e il femminile, rappresentano un significato diverso dal sesso di genere, biologico dello scrivente. La scrittura parla della natura dell’individuo, in rapporto al proprio mondo “intimo” e alla relazione con l’altro.
Leggevo in un articolo sul web di un paio di anni fa riguardante la grafia che “L’identità sessuale non sempre coincide con l’identità di genere, per cui una ragazza di identità sessuale femminile, potrebbe sentire in sè un’identità di genere mascolina e presentare una grafia con sembianze mascoline”, quindi un tratto deciso, ove il tratto femminile risulterebbe invece ondeggiante, armonioso, decorativo.
Interessante sapere che esiste in psicologia un test chiamato Bem sex role inventory test ideato da Sandra Bem e dichiara come le persone identificano loro stessi psicologicamente. L’obiettivo era esaminare la psicologia androgina e fornire un’evidenza empirica di come esistano dei vantaggi per quella personalità in cui coesistono elementi mascolini e femminili insieme contro la svantaggiata categorizzazione di genere.
Sotto qualche esempio della tabella che lascerò in lingua inglese.
items for evaluating masculinity: self-reliant, defends own beliefs,independent,athletic, assertive, strong personality, forceful, Analytical, leadership, willing to take risks, makes decisions easily, dominant, aggressive, ambitious.
items for evaluating femininity: cheerful,shy, affectionate, sensitive, compassionate, soft-spoken, tender, childlike.
Non typed items: helpful, moody, happy, jealous, truthful, sincere, friendly, adaptable.
In pratica da questa tabella si evince che tutti i termini legati all’autonomia, all’essere assertivo, atletico, forte, analitico, pronto a rischiare, a prendere delle decisioni facilmente, all’essere dominante, aggressivo e ambizioso sono legati all’elemento mascolino della personalità (badate bene, non all’uomo in sè, in quanto sappiamo benissimo che ci sono donne con queste doti molto spiccate), invece le qualità definite “femminili” sarebbero più soft, l’essere gioiosa, timida, affettuosa, sensibile, compassionevole, tenera, amante dei bambini (qualità legate al tipo di individuo con personalità femminile, sappiamo che a molti uomini possiamo conferire queste qualità) e poi esistono aggettivi neutri che proprio per questa caratteristica non possiedono sesso.
L’uso del genere è un dispositivo sociale e letterario di assimilazione, definizione e negoziazione del rapporto tra i sessi. Interessante la definizione di Judith Butler di genere come “performance” come un “atto” che in un primo luogo trae autorità dal contesto in cui si situa come “atto” che fa accadere una realtà, e crea la relazione dell’io e del mondo e la sua interazione. In conclusione un pò per gioco voglio citare alcune espressioni che sono ritenute propriamente “femminili” perchè maggiormente utilizzate dalle donne in una relazione sentimentale:
“bene” “dammi solo 5 minuti” “non ho niente”, “non mi interessa” , “chi è quella?”, “lascia perdere faccio io”, “Fai quello che vuoi”. alle parole maggiormente usate dalle donne ” cinema”, “teatro” “caffè”, “shopping”, “acquistare”, “comprare”, “spendere”, “dolcetto” “scarpe”, “stivali”, “ho le mie cose”, “adorabile”, “siiiiiii”, “emicrania”, “ceretta”, “deforestazione” “vacanze”, “cellulite” “tacco”, “rughe” ecc.
Le parole o espressioni più utilizzate dagli uomini “ottimo” “esatto”, “esattamente”, “top” “mmmmmm” “macchina” “benzina” “carburante” “ma sei matta” “palestra” “cena top” “splendida” “padel”. “Ci sei per le 20′” “eh” “Fra 5 min passo” ” Sono sotto” “Troppo trucco ti sei messa” “Non ti serve ” “da morire..” “caxx” “che palle”.
Ho letto da qualche parte che il modello maschile della comunicazione è centrato sull’oggetto, quello femminile sulla “relazione” (N. Cinotti).
L’uomo coglie l’attimo, la donna un’infinità di attimi anche quelli inesistenti.
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