Una di famiglia, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Freida McFadden (2022), si inscrive nel solco del thriller domestico, un territorio narrativo ormai codificato ma ancora fertile, soprattutto quando a sostenerlo è un gioco calibrato di ambiguità, sguardi e non detti. Il film, diretto dal regista Paul Feig, rinuncia a qualsiasi velleità autoriale per concentrarsi su un dispositivo narrativo giocato su una suspense progressiva e carsica, che si alimenta di attese, silenzi.

La protagonista Millie Calloway, interpretata da Sydney Sweeney, è un corpo estraneo che attraversa lo spazio borghese dei sobborghi americani come una presenza silenziosa e colpevole. In cerca di lavoro e di una nuova identità, viene assunta come governante nella villa dei Winchester, microcosmo elegante e claustrofobico in cui ogni oggetto, ogni stanza, sembra nascondere una crepa. La casa è un luogo che promette protezione ma restituisce inquietudine.

Photo Credit: Daniel McFadden/Lionsgate

Nina Winchester, interpretata da un’ Amanda Seyfried sempre più magnetica e disturbante, è il fulcro emotivo del film. La sua instabilità è suggerita dapprima attraverso gesti minimi, poi con cambi d’umore improvvisi, sorrisi che si trasformano in minaccia. Seyfried lavora per sottrazione, rendendo il personaggio imprevedibile e profondamente perturbante. Millie, al contrario, è tutta interiorità: ci accompagna nel suo sguardo sul mondo, in un flusso di pensieri che amplifica la sensazione di pericolo imminente.

Feig costruisce la suspense attraverso una regia che indugia sui dettagli: porte che si chiudono solo dall’esterno, corridoi troppo silenziosi, avvertimenti lasciati a metà. Il giardiniere Enzo è una figura liminale, portatore di un sapere che resta inaccessibile, mentre Andrew, interpretato da Brandon Sklenar, il marito di Nina incarna la rassicurazione apparente, il volto gentile dietro cui potrebbe celarsi l’inganno.

Visivamente, Una di famiglia adotta tonalità fredde e quasi asettiche, i sobborghi borghesi vengono raccontati come spazi anestetizzati, luoghi in cui la violenza non esplode ma fermenta sotto la superficie. Il film segue passo passo la struttura del libro, rispettandone i colpi di scena e il ritmo, ma trovando nel linguaggio cinematografico una sua tensione fatta di attese e di omissioni.

Non tutto è perfettamente calibrato: a tratti la regia sembra limitarsi a illustrare il testo originale, senza osare deviazioni o riletture più personali. Eppure, proprio questa adesione quasi rigorosa alla materia narrativa consente al film di funzionare. Una di famiglia avvolge lo spettatore in un clima di costante allerta.

Photo Credit: Daniel McFadden/Lionsgate

A tratti, brevi ma significativi, il film riesce a essere trascinante. Merito di un cast solido e di un impianto narrativo che, pur muovendosi entro coordinate note, sa dosare tensione e ambiguità. Una di famiglia è un thriller che lavora nell’ombra, più interessato a insinuare il dubbio che a mostrarne le conseguenze lasciando che la paura si annidi lentamente, come una presenza invisibile dentro le mura di casa.


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“L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”

Italo Calvino

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