Articolo a cura di Maria Laura Zazza

Ben lungi dalle ricette dell’esotismo fine a sé stesso o dall’ingenuità di un realismo folcloristico, Dalla montagna perduta di Pierre Jourde racconta la regione francese dell’Alvernia con una scrittura che sa essere al tempo stesso profondamente rassicurante e radicalmente sconvolgente.

Il nuovo libro, pubblicato dalla Preistorica Editore in italiano ancor prima della sua uscita in francese si incastona con naturalezza nel “Ciclo della Montagna” dell’autore, che ha già affascinato con opere come Paese perduto, Il Tibet in tre semplici passi e Il Viaggio del divano letto.

Già la copertina cattura lo sguardo con picchi montani avvolti nella nebbia: un invito a un’esperienza che è al contempo mistica e introspettiva. Il racconto prende forma quando Jourde ritorna nel villaggio dell’Alvernia della sua infanzia, ma il ritorno non è un nostalgico abbraccio con il passato. È un viaggio brusco, talvolta ostile, in un mondo che appare insieme remoto e familiare, vivo e fantasmatico. Ogni passo tra alpeggi e vette diventa meditazione, ogni paesaggio un frammento di memoria.

La scrittura di Jourde è lenta, precisa, quasi ascetica, ci guida attraverso i luoghi, percezioni e riflessioni sull’essere. Una scrittura che si arrampica con la stessa precisione di un alpinista sulle vette: franca, filosofica, capace di scavare nel paesaggio e nell’animo umano.

Leggendo, ci si sente camminare tra le praterie dell’Alvernia, respirando l’aria fredda e sentendo la gravità della roccia sotto i piedi. Chi percorre quei luoghi scopre una verità semplice e tremenda: la bellezza risiede nella sostanza invisibile delle cose, nel silenzio che accompagna la vita che pulsa sotto ogni passo.

I villaggi e le fattorie, pur non avendo nulla di straordinario, diventano un unicum di bellezza e meraviglia, perché è proprio nella loro apparente insignificanza che si rivela l’essenza del luogo. Come scrive l’autore:

Lì non c’è niente. Nessun paese, nessuna strada, o solo poche e strette, niente fiumi, nessuna cima rilevante, quasi nessun bosco, niente che meriti di essere segnalato e trascritto. Ed è questo che può suscitare il desiderio di andare a vedere, vedere quel niente. Non se ne resterà delusi. Chi cammina in quelle praterie perdute capisce qualcosa di cui non si era reso conto prima.

Il ritorno di Jourde diventa metafora del confronto con il tempo, della memoria e dell’identità. Il villaggio d’infanzia è come un albero secolare, con rami spezzati ma radici profonde che ancora respirano. Le case diroccate, i volti degli abitanti, i paesaggi trasformati dal tempo evocano una meditazione sulla continuità tra passato e presente. Ogni oggetto, ogni persona osservata sembra porre la domanda fondamentale: cosa significa appartenere a un luogo?

Memorabile è il paragrafo in cui Pierre Jourde si sofferma sugli abitanti dell’Alvernia, osservandoli con un misto di ironia e franchezza disarmante. Li descrive come figure sospese tra lavoro e sopravvivenza, radicate nell’essenziale, ignare di velleità o di pretese superflue. La sua penna coglie la loro concretezza:

L’alverniate si compone grosso modo, di testa, tronco e membra. Con la testa pensa all’economia, con le membra la realizza, con le mani la mette nel cassetto.

In queste parole si cela un’intera filosofia di vita.

La montagna, onnipresente, domina con la sua forza imponente e pervade ogni pagina:

Lei è là, dappertutto, tanto ci sovrasta, pervade e disorienta. Vertigine della vertigine, mondo sopra il mondo. Al limitar del bosco, sul ciglio di un burrone, dove le cose sono e smettono di essere. La roccia diventa così terreno fertile per il grande pensatore di montagna, che si perde nella natura per poi ritrovarsi, ora in armonia ora come corpo estraneo.

Qui Jourde trasforma la natura in specchio dell’animo: la montagna è terreno di introspezione, di vertigine, di incontro con l’ignoto dentro e fuori di noi. Il libro diventa così una meditazione sull’essere e sul percepire, dove la memoria individuale e quella collettiva si intrecciano, e dove il ritorno a casa non è mai semplice ma sempre illuminante.

La forza di Dalla montagna perduta risiede nella sua duplice dimensione: esperienza personale e saggio sulla memoria, sui mutamenti dei luoghi e sulla tenace persistenza di ciò che sfida il tempo.

Pierre Jourde ci offre una lettura che è insieme fisica, emotiva e filosofica, capace di farci percepire i luoghi come custodi di memoria e identità, di assenze e di presenze sottili. In questo viaggio tra pietre e praterie, tra vecchi aneddoti e orizzonti immutati, comprendiamo che i luoghi ci modellano quanto noi modelliamo loro, e che la vera profondità di un paesaggio si misura nella sua capacità di farci sentire il tempo scorrere dentro di noi.


Scopri di più da VOCI DI DOMANI

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

“L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”

Italo Calvino

Vocididomani.com