I polittici dell’Angelo è la nuova opera di Doron Velt, un viaggio universale in cui la parola diventa soglia e ogni racconto apre un varco verso un altrove sottile. È un libro che chiede silenzio, attenzione, ascolto: va contemplato, accolto con la stessa disposizione con cui si ascolta il respiro della preghiera o un canto lontano.
Sin dalle prime pagine si avverte la sensazione di entrare in un luogo consacrato dall’intensità. L’autore dispone le sue narrazioni come tavole di un polittico: ogni racconto è autonomo ma parte di un disegno più ampio che attraversa l’opera come una corrente segreta.
Ne nasce un mosaico di epifanie: figure che appaiono e svaniscono, confini che si dissolvono, momenti in cui la realtà si incrina lasciando filtrare una luce nuova. Il padre ritrovato in un caffè milanese, il prigioniero che scopre una camera bianca nel cuore della terra, il giardiniere che ascolta i Deva del mondo vegetale sono aperture nella trama dell’essere, varchi verso l’Oltre.
La lingua di Velt è limpida e disciplinata, attraversata da una vibrazione interiore. Ogni parola sembra scelta con cura rituale, come se custodisse un potere di trasformazione. La scrittura si muove con la calma delle liturgie e la precisione della preghiera, mentre nella concretezza dei dettagli, il rumore di un passo, l’odore di una stanza, si accende la rivelazione. Il mistico e il reale convivono, si intrecciano, respirano insieme.
Durante la lettura si avanza lentamente, in uno stato di ascolto profondo. Si ha la sensazione di essere accompagnati da una voce che guida in un pellegrinaggio interiore. Ogni parola diventa una chiave, ogni gesto un presagio. A tratti la prosa si apre in pura contemplazione, finestra sull’ordine nascosto che vibra sotto la superficie del mondo.
I polittici dell’Angelo è un’esperienza, una discesa nel mistero del visibile e un dialogo con quella parte della realtà che appartiene a una dimensione altra.
La realtà si fa trasparenza: ogni dettaglio diventa riflesso di un ordine superiore, frammento di una geometria spirituale. Il sacro non appare come verità da proclamare ma come domanda che attraversa corpi, gesti e incontri, una nostalgia dell’origine che accompagna ogni vita umana.
Alla fine della lettura, si ha la sensazione di aver percorso un cammino. Il mondo quotidiano appare più sottile, più fragile ma anche più vero. Il libro non offre risposte, apre spazi d’ascolto. In essi si intravede il disegno di quella geometria che unisce ciò che appare e ciò che è.
Quando l’opera si chiude, rimane un silenzio denso. Qualcosa nel profondo è mutato. Gli oggetti familiari trattengono una luce nuova, le ombre acquistano intensità, come se ogni cosa partecipasse a una consapevolezza diversa. Si comprende allora che l’Oltre, l’invisibile, non si manifesta solo nei personaggi del libro sospesi tra spirito e materia, ma si apre anche allo sguardo del lettore, che da osservatore diventa parte di quel mondo sospeso.
I polittici dell’Angelo appartiene a una dimensione della letteratura in cui la parola riesce a trasformare. È un invito a ricordare ciò che la fretta cancella: che ogni vita, anche la più umile, si muove dentro una trama invisibile e che ogni incontro, reale o immaginato, contiene un frammento di eternità. Leggere questa opera significa lasciarsi condurre verso la soglia dove la parola incontra l’altrove e, per un istante, l’altrove diventa visione.
Intervista con l’autore
Il titolo I polittici dell’Angelo richiama l’arte sacra, la struttura dell’altare, la narrazione per immagini. Come è nata l’idea di strutturare il libro come una serie di “polittici narrativi”?
Il mio primo libro, “Il commissario e l’Amor sacro”, ha aperto grazie alla presenza di Eugenia, la veggente protagonista del libro, i mondi sottili. Ora è possibile per così dire viaggiare in questi mondi. Il viaggio non è più un viaggio a due, il Commissario ed Eugenia, ma è un viaggio “universale”. I temi trattati (il Mistero, l’Amore, la Donna, gli Eroi, il corpo dell’uomo) sono illustrati in un polittico che è ogni volta composto di cinque quadri-immagine. Illuminati, come ogni vera immagine, da una Luce che è spirituale. Contano i cinque episodi ma anche ciò che “non c’è ma si deve vedere”, ossia quella cornice d’oro che, nei polittici pittorici tradizionali, inscrive gli elementi dell’opera.
Che significato ha per lei il confine tra il visibile e l’invisibile, tra realtà concreta e dimensione misterica, e cosa l’affascina di questo “oltre” che continuamente si manifesta nell’opera?
L’”oltre” è tutto. I mondi spirituali e sottili, nonostante ogni apparenza, precedono e determinano il nostro. Eugenia può, nel suo Amore per il Commissario vedere, attraversare, vivere e tradurre per noi questi mondi. Nei “Polittici dell’Angelo” tutti i personaggi, e in fondo l’io narrante quando appare, muovono lungo la linea di confine tra il fisico e lo spirituale. Solo lì esistono, trovano un senso, solo lì, o meglio “da lì”, vale la pena raccontare la loro storia.
In che modo nascono i personaggi liminali che popolano i suoi racconti, e come pensa possano trasmettere ai lettori?
Mi è stato dato il privilegio, certamente della categoria dei miracoli, di incontrare Eugenia, la cui essenza, descrivendone le visioni, ho cercato di comunicare in forma romanzata. Molti dei personaggi dei polittici dell’Angelo mi sono apparsi in sogno. Molto giusto e naturale, se ci riflettiamo. Arsenie, l’esorcista che dialoga con Satana (l’Avversario, nel mio libro). Ogni personaggio del polittico della Donna. Anche la storia di Ioan Petru Matei, una storia che di fatto risolve un caso di omicidio davvero avvenuto molti anni fa in America e rimasto insoluto, nasce da un sogno. Credo Trine Brunnen, la protagonista di uno dei quadri del polittico della Donna, sia davvero esistita, anche se non sono ancora riuscito a provarlo.
Quale ruolo attribuisce al corpo nella sua poetica narrativa, soprattutto considerando la sua funzione di attraversare, trasformare e toccare il sacro e il mistero?
Rispondo precisamente alla domanda nel mio libro, nel polittico del corpo. Il corpo, inteso come corpo dell’uomo ma anche come realtà fisica, è la base di ogni cosa. Solo con lui, dentro di lui, si può evolvere. Niente può avvenire senza. Il nostro compito evolutivo termina in ogni vita, solo “lasciando il corpo fisico” come si usa dire negli ambienti della ricerca spirituale. Poi il corpo è Mistero, Bellezza, Realtà adorata o profanata. Tutti temi trattati nei polittici dell’Angelo.
Quale esperienza o trasformazione ha vissuto durante la scrittura, e cosa spera che il lettore viva durante o dopo il viaggio attraverso il suo libro?
Come ho già detto altrove non si scrive perché le cose escano da noi ma perché ci appartengano sempre più profondamente. Così ogni artefice “cresce” interiormente, tramite la propria opera. Convincere il lettore della verità essenziale delle visioni di Eugenia, della realtà dei mondi spirituali, dell’esistenza e delle finalità, più precisamente dei modi operativi, dell’Avversario: ecco il mio compito. A lui, al lettore, competono poi giudizio e innamoramento. Si scrive per essere amati. Dal lettore, da una donna, in ultima analisi da Dio.
Che tipo di ricerca, sia filosofica, spirituale o letteraria, ha accompagnato la stesura del libro, e quali autori o testi sente come compagni silenziosi in questo percorso?
Penso che il romanzo sia uno strumento in qualche modo datato. Questo spiega la sua popolarità nei tempi miserevoli che viviamo. Ogni atto di scrittura deve invece lacerare, colpire nel segno, far sanguinare. Poi fare volare, portare altrove. Ricordate le parole di Kafka. Ritengo, nessun timore a essere impopolare, che solo i racconti possano oggi essere all’altezza di un compito così alto. L’intensità poetica non deve mai diluirsi, la lama deve sempre essere affilata. Lontana da ogni “bella” storia, da ogni psicologismo, da ogni storicismo, da ogni sociologia. Per quanto mi riguarda ho sempre avuto un modello: Borges. Da ragazzo non leggevo, disperatamente, che lui. Spero di imitarlo, almeno in qualche brano, in modo non indegno. Invecchiando abito le opere di Cioran, convinto che che sia possibile “contraddirlo”, poter rispondere alle sue domande ultime, solo da un punto di vista spiritualmente superiore.
