Non capita tutti i giorni di leggere un libro che comincia con un protagonista appena investito da un furgone carico di datteri e olive denocciolate e che, invece di chiedersi “che è successo?”, si sente più in forma che mai. Anzi: più leggero. Letteralmente. Perché Albert Moindre, nome già meravigliosamente francese e lievemente disilluso, è morto. E, come tutti i morti che si rispettino, si mette a riflettere.
Ma attenzione: Santo cielo di Éric Chevillard, ora finalmente pubblicato in traduzione italiana da Prehistorica Editore, grazie al lavoro raffinato di Gianmaria Finardi e accompagnato dalla prefazione di Paolo Di Paolo, non è la solita parabola dell’anima che vola verso la luce, né il solito viaggio tra le nuvolette, con cherubini, arpe e parcheggi per buoni sentimenti. No, l’aldilà secondo Chevillard – autore talmente stralunato e brillante che la casa editrice Prehistorica gli ha dedicato una collana intera, la “chevillardiana”- è una sorta di immenso condominio burocratico dell’oltretomba, popolato da uffici. Sì, proprio uffici. Altro che Paradiso: siamo finiti all’INPS cosmico.
Albert, ormai smaterializzato e promosso a pura voce, si aggira tra dipartimenti metafisici che sembrano usciti da un Kafka in vacanza premio. C’è l’Ufficio Reclami (finalmente potremo lamentarci dell’esistenza!), l’Osservatorio (volete sapere cosa fanno i vivi quando pensano che non li guardi più nessuno?), e poi tanto altro ancora. Il tutto accompagnato da Clarisse, un’altra anima disincarnata con il rimpianto di non aver vinto un concorso di bellezza: duo improbabile ma deliziosamente sgangherato, come una commedia dell’assurdo con lo humour di Beckett e la leggerezza surreale di Ionesco.
Chevillard, con il suo stile spiazzante e pungente, fa a pezzi qualsiasi idea convenzionale di “aldilà”. Niente beatitudine, niente fiamme eterne: solo attesa, noia, ironia, e quel desiderio irresistibile di capire che senso abbia avuto tutto ciò che abbiamo vissuto. E la risposta? Non c’è. O forse sì ma è sepolta tra un gioco di parole e un flusso di coscienza che ti fa girare la testa come una giostra rotta (ma in senso buono!).
Il testo è un fiume ultraterreno in piena: frasi brevi come fulmini e lunghi paragrafi che sembrano bollettini dall’aldilà. Leggerlo è come ascoltare un podcast di filosofia esistenziale scritto da un comico francese. E noi lettori? Spaesati ma felici. Santo cielo è un libro che ti fa ridere e, un secondo dopo, ti piazza davanti a domande così profonde che ti viene voglia di rileggere il paragrafo…o di prenotare una seduta di psicanalisi.
Chevillard non dà risposte ma semina interrogativi come molliche di pane tra le nuvole. Chi siamo? Che resta di noi? E soprattutto: perché l’aldilà è pieno di uffici e non di spiagge? È una critica alla vita moderna, alla burocrazia dell’esistenza? O solo un gigantesco scherzo cosmico? Probabilmente tutte queste cose. O nessuna. Ma che importa quando la lettura è così godibile?
Santo cielo è un’opera per chi ama farsi domande scomode, ridere nei posti sbagliati e riflettere sul senso della vita proprio quando la vita è finita. È teatro dell’assurdo travestito da romanzo. Filosofia pop che inciampa nell’umorismo più nero. È un libro da leggere e poi regalare agli amici con una postilla: “non preoccuparti, anche se ti sembra di non capire nulla, sei nel posto giusto!”.
Consigliato a chi non ha paura di morire… dal ridere.
