Immaginate un film con una fotografia impeccabile, luci cupe, stanze claustrofobiche, silenzi che rimbombano come spari. La sceneggiatura? Quella di un uomo qualunque che implode lentamente sotto il peso della propria esistenza. Il titolo è Prigionieri del nostro destino (Edizioni Underground, 2025). Alla regia: Lorenzo Zucchi “cronista dell’invisibile”, come amano definirlo, con il vezzo di mostrare l’essere umano senza trucco, senza filtri, senza pietà.

Con il suo ultimo libro, il trasformista della sperimentazione letteraria si conferma ancora una volta un narratore lucido, a tratti spietato, ma sempre profondamente umano, capace di trasformare la quotidianità più grigia in un viaggio psichico e simbolico.

Tra gli aspetti più rilevanti di questa ultima pubblicazione di Zucchi spicca la scelta raffinata della copertina, concepita come una vera e propria locandina cinematografica, completa di nomi dei personaggi presentati come fossero attori. Un’intuizione brillante, perfettamente coerente con l’impianto narrativo e l’atmosfera del romanzo. La collaborazione ormai consolidata tra Zucchi e la casa editrice Underground dimostra quanto il dialogo creativo tra autore ed editore possa generare risultati di grande impatto comunicativo e visivo.

Il protagonista del libro, Mauro, è un uomo qualunque: vive a Sesto San Giovanni, ha una famiglia apparentemente normale, lavora come tecnico di elettrodomestici. È uno che di notte si rifugia nei social e nei gialli e di giorno s’incastra tra lavatrici rotte e dialoghi finti con la moglie. Ma è proprio nella banalità del quotidiano che Zucchi scava con forza, mostrandoci come, di fronte alla sospensione del tempo e delle relazioni imposta dal lockdown, anche le strutture più solide inizino a sgretolarsi. Mauro inizia così a deragliare: perde contatto con la realtà, si rifugia in un mondo mentale dove le sue “Tre Grazie” le giovanissime Emily, Flora e Christelle, diventano presenze ambigue, simboli di desiderio, di fuga, forse solo proiezioni di un uomo che non sa più chi è.

Prigionieri del nostro destino è tante cose insieme: noir psicologico, dramma urbano e riflessione esistenziale. L’autore milanese questa volta si spinge oltre i confini già attraversati nei suoi libri precedenti, portando il lettore in un territorio ambiguo e vertiginoso, dove realtà e allucinazione si mescolano senza preavviso.

Zucchi usa il lockdown come avrebbe fatto Polanski con l’appartamento di Repulsione: non è solo un contesto, è un’arma narrativa. Una trappola che schiaccia. Il lockdown diventa così il pretesto ideale per raccontare l’implosione lenta di una mente che sotto la pressione dell’isolamento mostra la sua vera natura: confusa, frustrata, desiderante. L’autore trasforma il contesto in una lente: un’ambientazione sospesa che agisce sui personaggi amplificando ogni nevrosi, ogni sogno infranto, ogni malessere latente.

Il lockdown diventa per Mauro una trappola ma anche un detonatore. Privato della normalità e delle abitudini rassicuranti, si ritrova faccia a faccia con i propri fantasmi. E non c’è via di fuga. Le strade vuote, i cortili silenziosi, le finestre illuminate di sera diventano scenografie simboliche: teatri in cui si mettono in scena sogni di libertà, pulsioni inconfessabili, derive dell’identità.

In Prigionieri del nostro destino si parla di solitudine, desideri sopiti, insoddisfazione, ruoli familiari asfissianti, amicizie che sembrano solide ma non arrivano mai davvero in profondità. Tematiche che riguardano un po’ tutti noi e che Zucchi tratta con uno stile sempre più brillante, suscitando curiosità nel lettore, senza mai perdere il filo della tensione narrativa.

Lorenzo Zucchi dimostra ancora una volta la sua straordinaria maestria: con originalità stilistica e descrizioni nitide e trascinanti, riesce a restituire il senso di claustrofobia che ha segnato il periodo surreale del lockdown, e lo fa con intelligenza e misura, senza mai cedere alla retorica o al pietismo. È la cifra dei grandi autori: saper evocare emozioni profonde senza manipolarle, raccontare il dolore senza sfruttarlo, restituire la realtà senza indulgere nella facile commozione. Il lockdown diventa uno stato mentale e il protagonista Mauro si scopre “prigioniero del proprio destino”, intrappolato in una vita che fino a poco prima pareva normale ma che ora mostra tutte le sue incrinature.

Questo libro in ogni sua parte non fa sconti: è lucido, malinconico, ironico e a tratti disturbante, come deve essere ogni opera che cerca davvero di esplorare l’abisso dell’essenza umana. L’atmosfera è spesso soffocante ma mai gratuitamente: è il riflesso autentico di un periodo storico che ha costretto molti a guardarsi dentro senza filtri.

Prigionieri del nostro destino è un romanzo unico, stilisticamente impeccabile e narrativamente corrosivo. È una prova d’autore intensa e coraggiosa. Un romanzo che ci ricorda che anche nei momenti di immobilità apparente, le menti possono correre lontano, e a volte non tornare più indietro. Zucchi firma un’opera dove non c’è nessuna via d’uscita. Non c’è nemmeno un eroe. Solo un uomo qualunque che, nel momento più assurdo della storia recente, scopre che forse la vita che viveva non era la sua.

In un panorama letterario spesso popolato da storie consolatorie e finali rassicuranti, leggere Prigionieri del nostro destino è un atto di ribellione che si impone come un colpo diretto, brutale, che scuote e lascia il segno. Una pellicola mentale da vedere a luci spente. Un’opera che inquieta e fa pensare.


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