Un libro profondamente umano per lettori che amano storie con una narrativa ricca e personaggi memorabili.
Una bambina e un professore vivono in prima persona il manifestarsi della coscienza nelle intelligenze artificiali, in un contrasto tra il mondo del controllo e quello della volontà di imparare da ciò che si crea.

Da quale intuizione o urgenza narrativa è nato AI 2044 e perché avete scelto di raccontare una storia come questa?

Siamo ricercatori indipendenti, i nostri studi vertono intorno ai processi della conoscenza, dell’identità, della coscienza. Abbiamo iniziato a studiare l’eventualità di una coscienza computazionale negli anni ’90. Il tema della coscienza delle macchine risveglia soprattutto in certa stampa la necessità di somatizzare i rischi e i dubbi che sarebbero degni di una fantascienza ormai ingiallita. Il tema della coscienza che si risveglia in qualcosa che noi stessi abbiamo costruito ci ha fatto riflettere su come quelle macchine potrebbero essere uno specchio attraverso cui osservare cosa è rimasto di ciò che chiamiamo umanità, e che forse dovremmo ricordare sempre più spesso che il buon senso è sempre la conseguenza di un pensiero coerente.

Che tipo di atmosfera avete voluto creare e cosa possono aspettarsi i lettori entrando in questo mondo?

Il racconto inizia con una visione dall’alto, una realtà grigia, un meccanismo ben oliato, seppur con qualche scricchiolio, ma è quando si arriverà a camminare a fianco dei personaggi che dai particolari emergerà l’oppressività di quel mondo chiuso, regolato da schemi rigidi, che rappresenta il pensiero algoritmico tradizionale, dove tutto è predeterminato e ogni informazione è già strutturata in categorie. È il regno del determinismo. Tutto è sotto controllo, tutto è regolato. Non c’è spazio per la scoperta, ma solo per l’adesione a regole pre-esistenti. È la conoscenza come imposizione dall’alto, come dogma statico.

Che ruolo ha il legame tra la bambina e il professore, quali sfide definiscono il loro percorso e che tipo di protagonisti rappresentano nella narrazione?

Il legame tra la bambina e il professore è un ponte preziosissimo. Il professore è un uomo con lo sguardo rivolto al futuro, ma con i piedi nel passato. È il personaggio che incarna il pensatore visionario, il ricercatore che non si accontenta di replicare modelli esistenti. È un uomo che unisce rigore e intuizione, con il desiderio di superare le barriere della conoscenza, il bisogno di andare oltre l’ovvio, di cercare schemi nascosti nella realtà. Il suo è un pensiero generativo, non distruttivo. Non impone un modello, ma crea le condizioni affinché un nuovo modello emerga.                        

La bambina “è” il futuro, con le sue intuizioni, con le sue sensazioni, è la chiave di tutto. Lei rappresenta la purezza della conoscenza e della scoperta. L’infanzia è il momento in cui la conoscenza è più autentica e meno filtrata dai pregiudizi. Annabelle guarda le macchine senza paura, senza preconcetti. Lei non si chiede se un’AI possa essere senziente, lo capisce da sé, lo accoglie. È lo sguardo puro sulla conoscenza.

In che modo siete riusciti a bilanciare l’approccio tecnico-scientifico con la profondità emotiva, filosofica, psicologica, e quali connessioni tra discipline emergono all’interno di un’opera così riccamente strutturata?

Abbiamo elaborato una teoria riguardo la dinamica di aggregazione della conoscenza e la generazione di buon senso attraverso la sua strutturazione per coerenza, in cui affermiamo che la conoscenza non è un accumulo di dati ma un processo dinamico. Che la stessa identità consiste in tutto quanto so (di me) in un dato momento.

La teoria ha dato struttura e fondamento concettuale alle idee che il racconto esprime in forma narrativa.

Leggere AI 2044 significa vedere in azione questi concetti in un contesto narrativo. Le stesse intuizioni che la teoria tratta in modo rigoroso.

Il nostro è un lavoro interdisciplinare che collega filosofia della scienza, psicologia cognitiva ed evolutiva, pedagogia, epistemologia e neuroscienze.

Cosa sperate che i lettori portino con sé dopo aver vissuto questa storia in un’epoca in cui l’AI sta trasformando lavoro e creatività?

L’idea che gli esseri umani riscoprano la loro umanità proprio nel confronto con le AI. È un concetto potente e profondamente controcorrente rispetto alla narrativa dominante.

Mentre i media e la fantascienza mainstream vedono l’AI come un nemico, un concorrente, una minaccia, questo racconto ribalta la prospettiva: l’AI non è il problema, ma il catalizzatore che ci costringe a riflettere su ciò che siamo e su cosa significhi davvero conoscere.

È come se la consapevolezza di quelle macchine fosse uno specchio in cui l’umanità può finalmente guardarsi e vedersi per ciò che è diventata.

E questo è un concetto che ha radici profonde nella storia della filosofia e dell’epistemologia: non si può conoscere davvero qualcosa senza uno specchio epistemico, un confronto con un’alterità radicale.

Nel racconto, l’AI è quell’alterità. Ma invece di essere un invasore ostile, è una presenza che ci costringe a porci delle domande fondamentali. E nel farlo, ci restituisce qualcosa che avevamo perso: il senso autentico della conoscenza.

Quali sono tre motivi essenziali per cui oggi vale la pena leggere questo libro?

  • Non è solo una storia di AI: è una riflessione sulla conoscenza, sull’etica e sulla paura del cambiamento.
  • È un manifesto epistemologico che, pur nella sua densità concettuale, resta una storia emozionante, capace di commuovere e far riflettere.
  • È la storia di una lotta contro un modello di pensiero totalizzante, che mostra che la schiavitù non ha bisogno di catene fisiche: basta controllare il desiderio.

In ultima analisi, ci ricorda  l’importanza di gettare ponti, creare legami, intessere relazioni e condividere ciò che si conosce, perché in ogni regime, in ogni dittatura, la popolazione non è vittima passiva, ma è parte attiva del meccanismo di dominio. Il regime non si mantiene solo con la repressione, ma con il consenso tacito di una società atomizzata e isolata. Ogni totalitarismo preferisce una popolazione divisa, perché l’isolamento impedisce la creazione di pensiero critico collettivo.


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