Articolo di Andrea Sartore

Hanta lavora da trentancinque anni alla pressa meccanica. Hanta prende una pila di carta vecchia alla volta, poi la mette sotto la pressa. Hanta preme un bottone e pressa tutta la carta. Hanta lo fa trentacinque anni. Da trentacinque anni, in mezzo a queste pile tutte uguali, Hanta ha trovato dei libri e ha iniziato a salvarli dalla sua distruzione. Uno alla volta. Ora ne ha la casa invasa. Tanto che Hanta ora ha paura. Quando si stende per dormire sogna che tutta quella pila infinita di libri lo schiacci, vendicandosi della sua violenza sulla carta.

Hanta si è istruito suo malgrado, leggendo Nietzsche, Goethe, Laozi, Erasmo, Kant. Hanta prima di comprimere una pila di carta vecchia, maleodorante, piena di sangue e mosche carnarie che gli svolazzano intorno, prende un libro aperto e lo inserisce al centro della pila. Hanta schiaccia il pulsante solo dopo. Hanta in qualche modo rimane dentro quella pila schiacciata. Hanta in qualche modo restituisce quel poco che la vita gli ha dato, chiuso com’è in un sotterraneo da trentacinque anni. Questo sotterraneo che si apre solo ogni tanto, dall’alto, tramite una botola, per buttare dentro chili e chili di carta lercia, marcia, ammuffita e sanguinolenta. Hanta e la sua pressa. Hanta è, la sua pressa.

Oltre il suo lavoro c’è la birra e poco altro. Una zingara che un giorno l’ha accompagnato a casa e lì è rimasta per qualche giorno, poi è sparita. C’è Mancinka. Mancinka la quale ha per destino di conservare la propria vergogna senza conoscere la propria gloria. Ci sono loro e il suo capo. A cui chiede sempre scusa. Scusa perché è in ritardo, perché era sempre in pendenza con il lavoro, perché di carta ce n’è più di quanto possa fisicamente imballarne.

Hanta cerca sempre il perdono, da se stesso, dal suo capo, dal suo lavoro, dalla sua pressa, dai suoi libri. L’unica gita di Hanta è a Bubny.  Lì hanno costruito una pressa idraulica gigantesca e automatica, capace di sostituire da sola venti presse con cui lavora Hanta. E lui è lì e la guarda, guarda i lavoratori che usano i guanti e non sapranno mai qual è la sensazione tattile di sfregare carta vecchia e logora sulle dita. Prova ansia, dolore, impotenza. Qui nessuno salvava i libri, qui nessuno mette nelle pile di carta logora e insanguinata una pagina di Kant aperta, un segno di vita, un palpito di insignificante umanità. Di fronte a quella nuova pressa Hanta capisce che non ci saranno più vecchie presse. Che quel modo di lavorare non è soltanto un nuovo modo di lavorare, ma un nuovo modo di stare al mondo, di rapportarsi con esso, di pensare.

La storia di Hrabal è incorniciata in una Praga buia, sotterranea e povera. E’ la storia di Hanta e della sua pressa, di un mondo che cambia d’improvviso. Lasciandosi dietro un passato che non riesce a integrare perché non è più conforme. La sovrabbondanza di carta rispetto alla capacità di Hanta di smaltirla viene ora messa in discussione, cancellata dalla pressa automatica. Hanta diventa obsoleto, vecchio, improduttivo. La sua bellezza con lui. La sua opera di silenziosa educazione interrotta.

Al ritorno dalla gita di Bubny Hanta viene sostituito con alcuni operatori che lavorano alla pressa automatica. Quel giorno rimane a guardarli lavorare con la sua pressa. Il loro ritmo è elevato. I pulsanti continuano a tintinnare. La pressa rumoreggia, sembra protestare e Hanta è finalmente fiducioso. Spera che la sua compagna di vita, la sua love story, si ribelli, scioperi. E invece dopo un leggero sbuffo riprende, come mai prima di allora. E lavora, continua a pressare montagne di carta vecchia. Tutto il giorno. Tra queste dei libri. E lui li guarda scomparire.


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