Articolo di Martina Greggi
Viviamo nel tempo delle connessioni istantanee, dei messaggi che attraversano il globo in una manciata di secondi, dei like che arrivano prima ancora di comprendere davvero un pensiero. Eppure, mai come oggi, ci scopriamo emotivamente soli. Circondati da parole, immagini, suoni, eppure affamati di significati.
C’e’ una frattura silenziosa, una distanza invisibile tra cio’ che mostriamo e cio’ che sentiamo davvero. La scrittura, in questo scenario, torna ad essere un atto rivoluzionario: un modo per rammendare gli strappi, per ritrovare voce quando sembra smarrita, per creare legami autentici.
Scrivere e’ un gesto antico, ma non e’ mai stato così necessario. Non importa se si scrive a mano su un quaderno stropicciato, in una nota del telefono, in un post che non verra’ mai pubblicato. La scrittura, quando nasce dall’interno, non ha bisogno di pubblico: ha bisogno di verita‘. E’ un dialogo con se’ stessi, prima di tutto. Un luogo in cui le emozioni trovano casa, in cui la rabbia, la paura, l’amore, la nostalgia, possono trasformarsi in parole, in forma, in respiro.
Scrivere e’ un modo per ascoltarsi davvero, per nominare il caos che si ha dentro e dargli una forma. Le emozioni che non trovano voce spesso si trasformano in nodi nel corpo, in inquietudini che ci svegliano nel cuore della notte, in silenzi che pesano nei rapporti.
Scrivere permette di alleggerire, di mettere ordine. Di guardarci dentro senza filtri, senza vergogna. Di riconoscerci.
Ma c’e’ anche un’altra forza, silenziosa e potente, nella scrittura: quella di creare connessioni. Quando leggiamo una pagina in cui qualcuno racconta il suo dolore, la sua speranza, la sua fragilita’, qualcosa si muove dentro di noi. Sentiamo che non siamo soli.
Che cio’ che viviamo ha eco anche nell’altro. E’ un riconoscersi tra sconosciuti.
In un’epoca in cui ci raccontiamo per immagini, la scrittura ci chiede tempo, profondita’, presenza. Non e’ immediata, non e’ spettacolare. Ma e’ vera. E nella verita’ si crea uno spazio d’incontro, uno spazio umano. Scrivere e’ un ponte tra la superficie e l’interiorita’, tra l’individuo e la collettivita’. E’ una forma di resistenza contro la disumanizzazione della comunicazione veloce, contro l’appiattimento dell’esperienza.
Ci sono parole che salvano. Pagine che diventano riparo. Frasi che aprono varchi. Non serve essere scrittori per scrivere: serve essere vivi. E avere il coraggio di fermarsi, di sentire, di restare in ascolto. Di usare la lingua non per spiegare il mondo, ma per abitarlo con piu’ coscienza.
La scrittura non risolve tutto, certo. Ma puo’ ricucire. Puo’ accendere luci. Puo’ farci compagnia nei momenti in cui ci sentiamo fuori posto. E puo’, soprattutto, ricordarci che ogni volta che un essere umano mette nero su bianco cio’ che prova, sta tentando, anche inconsapevolmente, di amare e di essere amato.
Scrivere e’ un atto di cura. Un atto d’amore. Un modo per non perdersi. E, forse, anche per ritrovarsi.
