
Paolo Boschi vive una vita di routine in un piccolo paese sospeso tra il presente e il passato, dove il tempo sembra scorrere lento e immutabile. Ma quando Biagio, un amico d’infanzia mai dimenticato, ritorna dopo anni di assenza, il passato torna a farsi sentire con tutta la sua forza. Biagio, un uomo segnato dalla vita, riaccende in Paolo vecchi ricordi e ferite mai rimarginate. Tra incontri silenziosi, scontri emotivi e scoperte dolorose, Paolo si trova a dover fare i conti con il rapporto complicato con suo padre, le perdite che ha subito e le scelte che ha rinviato. In un viaggio che lo porta a riscoprire se stesso e i legami con chi lo circonda, Paolo capisce che il tempo, pur non potendo cancellare il passato, è l’unica chiave per affrontare il futuro e trovare finalmente la possibilità di un nuovo inizio.
Hai ancora tempo, Marco Sgarrella, Bookabook 2025, 127 pagine.
Hai ancora tempo” nasce da un’urgenza narrativa o da un lungo processo interiore? Cosa ha acceso la scintilla iniziale che l’ha portata a scrivere questa storia?
In quel periodo stavo aspettando una cosa molto bella e un’altra molto brutta. Nessuna delle due era legata a quella che poi è diventata la trama, ma ho avuto modo di ascoltarmi di più e sono partito a creare la storia da emozioni a me – purtroppo – note come il rimorso e i rimpianti.
Paolo Boschi è un protagonista sospeso tra silenzi, rimpianti e un passato che non smette di pesare: chi è davvero Paolo, e in che modo ha preso forma durante la scrittura?
Paolo è una persona come tante.
Volevo trasmettere determinate cose, e per farlo dovevo essere sincero. Raccontare le cose in modo che le persone potessero identificarsi, anche a costo di far provare disagio. È stato forse un po’ ambizioso scrivere dal punto di vista di un uomo che parla poco, ma è stato divertente.
Il tempo è un elemento fondamentale nella trama: come ha lavorato su questa dimensione e quale significato profondo ha voluto attribuirle?
Il tempo mi affascina e mi spaventa. È più democratico della morte, perché scorre allo stesso modo per tutti, indipendentemente da chi sei o cosa fai. Il tempo scorre.
Ho voluto mettere Paolo in una situazione dove ci si guarda indietro per andare avanti, affrontando ciò che si è perso per strada.
Il legame tra Paolo e suo padre è fatto di vuoti e parole non dette: com’è nata questa relazione e quale verità emotiva voleva restituire attraverso di essa?
La storia si svolge perlopiù nei primi anni ’80, quando Paolo è ancora ventenne. Suo padre è un uomo degli anni ’20. Credo che dei problemi di comunicazione tra membri dello stesso nucleo familiare (specialmente per quanto riguarda quelle generazioni), non se ne parli abbastanza.
La sua storia parla di perdita, memoria, ma anche di seconde possibilità: qual è, secondo lei, il nodo emotivo più autentico che il lettore dovrebbe portare via da questo viaggio?
Spero che ce ne sia più di uno. Sarebbe bello portare il lettore a mettersi in discussione sotto alcuni aspetti. Ad esempio, spero che chi mette il proprio orgoglio davanti a tutto, magari in nome di una coerenza fine a se stessa, evitando esperienze nuove o chiudendo rapporti, capisca che sta solo perdendo tempo prezioso.
Scrivere un primo romanzo è un’esperienza trasformativa: cosa l’ha sorpreso di più nel passaggio dall’idea del libro alla pubblicazione?
Fino a poco tempo fa, avrei detto che vedere il mio libro fisicamente tra le mani di tante persone, sarebbe stato impareggiabile. Ed è incredibilmente bello, ma mi colpisce ancora di più quando le persone commentano i personaggi, li giudicano o ci si affezionano, rendendoli ancora più veri. Mi servirà ancora un po’ per abituarmi a questo.
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